e comunque Gilbert Blythe è un figo vero

Pubblicato il Pubblicato in Spazio Pour Parler, tv[umtb]

Le trasposizioni sul piccolo o grande schermo di storie popolari e note hanno il forte limite della presenza di un macroscopico spoiler insito nella trama stessa e la sfida è apprestarsi alla loro visione già sapendo cosa succede e, soprattutto, come va a finire. Pensate a Titanic. Pensate alla Bibbia. Pensate a un film su Aldo Moro. Per fortuna ci sono modi e modi per godersi uno spettacolo, e l’ossessione o il semplice anelito per il coup de théâtre, anche se diffuso, non sono gli unici. Vedreste mai, per esempio, una serie TV sulla storia di “Anna dai capelli rossi”? Se ponete a me questa domanda la risposta è un SI grande come una casa, anzi come la stessa casa dal tetto verde in cui Anna Shirley Cuthbert viene adottata. Quindi, cari amici sottoscrittori di Netflix, mollate tutto quello che state seguendo e dedicatevi a “Chiamatemi Anna” anche se come vanno le cose nelle comunità di Avonlea e Charlottetown lo sappiamo benissimo, avendo seguito tutti quanti da bambini più o meno cresciuti il celeberrimo cartone giapponese. C’è ben poco da dire sulla trama che non sia già noto se non che è difficile, come potete immaginare, trattenere le lacrime. Il combo orfanella – genitori adottivi anziani – pregiudizi – società bigotta di fine ottocento/primi del novecento – rivalsa sociale della piccola fiammiferaia – flirt tra i primi della classe è più che vincente, e all’interno del claustrofobico palinsesto netflixiano, dal punto di vista dei sentimenti, intendo, i sette episodi della prima serie hanno lo stesso effetto di spalancare le finestre in una mattinata di maggio con il sole e un po’ di venticello in una stanza in cui si è dormito in cinque persone e almeno due gatti. Dimenticatevi quindi per qualche tempo lo spaccio di metanfetamina, le adolescenti suicide, le carcerate americane e fate spazio nella vostra vita a un po’ di sano romanticume e buoni sentimenti d’antan. I personaggi rispecchiano fedelmente la personalità che sappiamo, tenete conto che non ho letto il libro da cui la storia è tratta (come credo tutti voi) ma gli unici riferimenti che ho derivano dal anime (comunque sarete d’accordo con me che Anna Shirley > Heidi). Recitato da dio e doppiato ottimamente, “Chiamatemi Anna” è la classica produzione che se non esistesse qualunque forma di web tv ma fossimo ancora ai tempi del duopolio catodico avrebbe percentuali di share da festival di Sanremo o da finale dei mondiali. E se avete un occhio tecnico come il mio (dai questa concedetemela) resterete davvero piacevolmente sorpresi anche dalla sigla. Quella delle sigle bellissime è un po’ la caratteristica di tutte le produzioni Netflix e non solo, ma qui veramente si supera ogni record di perfezione tra immagini, effetti e musica, e viene naturale tentare un confronto con quella del cartone animato che abbiamo visto tutti. Certo, altri tempi, altra tecnologia e altra musica. Però nessuno mi ha mai spiegato che bisogno c’era di scomodare in una versione in italiano il noto motivetto “Rivers of Babylon”, la canzone spiritual dei Melodians portata al successo però dai Boney M. Non ho mai capito, infatti, la relazione tra una storia canadese del secolo scorso, una produzione giapponese anni 70 e un l’adattamento in musica di un salmo della Bibbia.

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