la musica, spiegata bene

Pubblicato il Pubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

La musica è uno dei più incomprensibili misteri dell’umanità e forse è per questo che siamo in molti ad averci sbattuto la testa contro. La musica ci ha fatto innamorare e ci ha spezzato il cuore. Ci fa vivere e ci fa morire. Chissà se la musica è un elemento comune a ogni essere vivente. Tutti producono suoni, ma forse chi li ha regolamentati secondo armonie, melodie e ritmo siamo stati solo noi, il genere umano che vive sul pianeta terra, in tutto l’universo. Il che non significa che il nostro metodo sia quello giusto, cerchiamo di mantenere la calma e i piedi per terra. Forse sul pianeta Zxsxzyyz le entità autoctone esprimono la loro insoddisfazione non con il post-punk ma con il Xzxzxssxzxz, che è un wzxzxzx che si ottiene emettendo dei fgfgfgfg attraverso dei khxkhxkhxkh. Avete capito cosa intendo, spero.

Limitiamoci così a quello che conosciamo, ai canoni di suono a cui siamo abituati e che abbiamo imparato sin da quando occupavamo il ventre di nostra madre improvvisando chissà quali hit, cercando di andare a tempo con il suo cuore. Già lì c’era chi si vedeva se era portato o meno e infatti, ci avrete fatto caso chissà quante volte, la musica non è mica per tutti e persino ogni musicista la vive a suo modo. C’è chi si fa condurre dallo strumento che suona. Chi lo ha in pugno con una tecnica eccelsa e sa tradurre tutto in musica ma, in realtà, non dice nulla. Chi anche suonando due note una di seguito all’altra produce sequenze che riflettono perfettamente quello che ha dentro ed è come se parlasse e tu, che non ci riesci perché ti bombardi di sovrastrutture, non capisci dove sta la magia. Chi segue degli schemi come i bambini che copiano i disegni dai modelli quadrettati per imparare la scala (non quella musicale, eh, qui siamo in piena metafora) e chi a mano libera riproduce i capolavori dei maestri. Chi interpreta la realtà e chi se la inventa, chi è perfetto per lo strumento che ha scelto e chi lo strumento che ha scelto gli sta stretto o largo.

Io che cerco pericolosamente di attraversare con le ruote dell’auto le giunte sui cavalcavia in modo da farlo a tempo, che ogni volta in cui suona il segnale in ascensore composto da tre note il cui intervallo le rende simili all’incipit del tema di “Jesus Christ Superstar” mi viene sempre da continuarlo fischiettando e mia figlia mi odia per questo, che sbatto il filtro della caffettiera contro il bidone della spazzatura per svuotarlo riproducendo l’inizio di “No no no you don’t know me” di Dawn Penn, che in macchina armonizzo qualunque cosa esca dall’autoradio compromettendo il mio matrimonio ogni volta, che faccio le scale in salita da quando ho sette anni canticchiando mentalmente lo stesso studio per pianoforte imparato appunto a sette anni, che scelgo le amicizie in base ai gruppi che ascoltano, che appena vedo una tastiera non resisto dal suonare almeno una volta il tema di “So what?”, nemmeno io che tutto sommato sono uno che se ne capisce, il mistero della musica non lo saprei spiegare. So solo che a un certo punto ho venduto tutta la strumentazione che avevo come atto di crudeltà verso me stesso, perché non ero soddisfatto di quello che facevo, non vedevo sbocchi e nemmeno possibilità di miglioramento. D’altronde la musica è un’arte di cui una delle opere più conosciute al mondo e forse anche nell’universo, anche tra quelli che fanno fgfgfgfg attraverso dei khxkhxkhxkh, dice nel ritornello che non c’è verso di ottenere soddisfazione. Un motivo (anche questo è un gioco di parole che spero cogliate) ci sarà.

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