vi siete mai chiesti perché Steven Spielberg non ha pensato a un chitarrista per dialogare con gli alieni?

Pubblicato il Pubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

Ieri sera su RAI4 si è celebrata per l’ennesima volta la superiorità dei tastieristi su tutto il resto dei musicisti del mondo mondiale, se non dell’universo, con la messa in onda della replica di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Se non l’avete visto vi rinfresco la memoria su alcuni passaggi. Intanto non dovete fermarvi alla prima banale interpretazione del film, un melenso volemosebbene della gente di fronte all’invasione dei marziani tanto che persino organismi tradizionalmente ostili al cittadino come CIA e FBI e Marines da un certo punto in poi stanno dalla parte della popolazione ormai in sollucchero per la visita. La dicotomia tra la confusione nella vita e nell’appartamento di Richard Dreyfuss versus l’appagamento trascendentale dell’ignoto sia escatologico che personale con la bionda single madre del bambino che scappa sull’astronave, un comportamento per certi aspetti precursore del grillismo. La simbologia della silhouette della montagna come reminiscenza biblica della manifestazione divina. L’ingenuità e la curiosità infantile come metodo empirico efficace per la scoperta scientifica. Tutte balle.

Il vero significato della pellicola è che Steven Spielberg ha voluto dimostrare che un giorno i tastieristi domineranno il mondo perché saranno gli unici a conoscere il linguaggio degli dei o degli extraterrestri o di chiunque giungerà su questa nostra terra tanto bistrattata e l’unico modo di comunicare sarà con un synth. E poi che synth: come dice Mauro Sabbione, il vero artefice della svolta new wave dei Matia Bazar, “il dialogo musicale con gli alieni avviene tramite un ALPHA SYNTAURI. Nel film venne usato fisicamente un organo Yamaha per convenienza con gli sponsor, ma il software di gestione è proprio della Mountain Computer, che ha progettato l’Alpha Syntauri nato nel 1976 come programma per non udenti, ed era a fianco della Apple di Jobs nella Silicon Valley. Il sistema, infatti utilizzava un Apple II Europlus di ben 48k di memoria, che allora costava una fortuna, circa 5 milioni di lire.”

Vedete? I tastieristi sono sempre stati avanti. I tastieristi sono spaziali e il loro linguaggio è universale. Se non ci credete proviamo a procedere per assurdo. Se a dialogare con gli alieni Steven Spielberg avesse messo un chitarrista, il chitarrista – dopo un’ora per allestire tutti quei pedali che non si capisce mai a cosa servano visto che poi il suono esce comunque sempre distorto e altrettanto di sound check per evitare fischi e larsen, considerando quel popò di amplificazione – avrebbe suonato al massimo un riff di merda tipo “Smoke on the water” e gli alieni, di fronte a un pianeta metallaro e tamarro, avrebbero messo la retro e sarebbero di certo tornati a casa loro senza pensarci due volte e tutti i loro ostaggi raccolti durante le incursioni delle astronavi nella nostra storia avrebbero preferito rimanere in un luogo incontaminato da capelloni di vario genere. Vi dirò di più. “Incontri ravvicinati del terzo tipo” è del 1977 e risale probabilmente a un’epoca dominata dai sintetizzatori analogici, ovvero l’elettronica plasmata dall’estro umano poi depauperata dall’avvento della digitalizzazione e dei campionamenti. Ecco: non c’è nulla di più futuribile e di più fantascientifico di un muro di suono emesso da un synth, questa è la morale del film. I tastieristi, secondo Spielberg, avrebbero potuto salvare il mondo e possono farlo ancora adesso, sempre che non finiscano assoggettati da uno di quei gruppi prog-metal che anzi, si meritano un meteorite sulla sala prove e tanti saluti.

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