dieci motivi per cui non ci piace il silenzio

Pubblicato il Pubblicato in alti e bassi di fedeltà sonora

Intanto perché non è d’oro, come invece sostiene la credenza popolare. Io ho provato a morderlo e vi posso assicurare che è più arrendevole delle monete di cioccolato. Questo comporta che non c’è nessun arricchimento, anzi, nel circondarsi di silenzio. Per le persone più rodate, meglio conosciute come di mezza età, poi è ancora più fastidioso perché il silenzio non è affatto silenzioso come verrebbe a pensare ma è solo una patina vulnerabile sotto la quale ribollono tutti i ronzii e i fischi che si accumulano e rimbalzano da una parete all’altra come larsen e feedback irrisolti durante la giornata. Mostri acustici che si auto-replicano fagocitando se stessi e si ingigantiscono pronti a balzare al di là dalle loro tane proprio quando fuori tutto tace.

Ma la musica, la musica, quella sì che riempie gli spazi più di qualunque altra sostanza fluida o gassosa. C’è un insieme di cliché che fanno subito immaginario cinematografico e che comprendono uomo da solo in casa in una sera d’estate, gatti che la noia e il caldo rende più appiccicosi, a causa dell’eccezionalità, musica jazz ascoltata a un volume leggermente più alto di quello che, se il jazz fosse una medicina, il bugiardino consiglierebbe, o dal momento che nel quadro c’è anche una birra stappata, come gustarsi una doppio malto a una temperatura più bassa rispetto a quanto indicato sull’etichetta.

Quello che voglio dire è che la musica fa da collante a tutte queste cose, ieri sera il jazz ma qualche giorno fa una playlist di madrigalisti doc (e non d’oc, non si scherza con la periodizzazione storica e la collocazione geografica) come Orlando di Lasso e Luca Marenzio che tra l’altro, se guardate i loro ritratti, altro che gemelli diversi.

Ho provato a riprodurre questo modello (quello della musica che riempie tout court, non necessariamente rinascimentale) anche in altre condizioni, con una maggiore densità abitativa, per farvi capire, ma con esiti meno struggenti. Un po’ perché la musica benché invisibile ha una componente da contemplazione ma spesso la risoluzione a cui è trasmessa non è sufficiente a catturare l’attenzione, soprattutto per i millennials la cui realtà è in fullHD. E poi perché basta trovarsi in due che, da animali sociali quali siamo, una parola prima o poi ci scappa, se non un gesto – mi viene da dire per fortuna – e l’incantesimo si rompe.

L’ascolto individuale non ha eguali al mondo in quanto a rapimento e a estasi. Da solo la musica la vedi tracimare dai dispositivi impiegati per l’ascolto, di due colori in caso di stereofonia che si mescolano come succede con gli acquarelli e le tempere, con più sfumature se l’ascoltatore utilizza uno di quei sistemi di sorround. A me succede sempre, ed è stato proprio così l’ultima volta. Sono rimasto immobile dentro casa e ho lasciato l’estate fuori malgrado le finestre spalancate, il tramonto quasi compiuto, i gatti appiccicosi, una cena improvvisata, persino la birra e quella solitudine che non ho provato affatto, in balia di qualcosa in cui mi sono sentito immerso e che non saprei descrivere altrimenti.

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