Spazio Pour Parler

timbrare il cartellino come metafora

L’impiegata della segreteria della scuola mi ha accolto seduta alla sua scrivania con le braccia conserte e il pc spento. Erano le 7.40 del mattino e mi sono dato due spiegazioni, entrambe plausibili. La prima è che forse ha uno di quei computer lenti che impiegano un sacco di tempo ad avviarsi e a rendere operativi i programmi utili per lavoro, che è una cosa che capisco benissimo. Io che lavoro in un’azienda privata – una categoria spesso presa a modello proprio per rimarcare la differenza con la pubblica amministrazione – lamento lo stesso problema, posso immaginare lei sperduta in quel sottoscala dell’impiego statale, mi auguro abbiate colto il senso metaforico. Infatti le macchinette del caffè servono proprio a quello. Quando arrivo in ufficio schiaccio il tasto di accensione e piuttosto che veder roteare i pallozzi di Windows 10 fino alla nausea vado a consumare qualcosa di corroborante. Poi, tornato alla postazione, immetto le credenziali e attivo gli strumenti di lavoro come Outlook, Chrome, Word e Photoshop, quindi per non prendere troppi caffè che poi mi innervosisco faccio un salto in bagno oppure leggo qualche pagina di libro o vado a prendere un paio di bottiglie d’acqua. A quel punto, dopo un buon quarto d’ora a essere ottimisti dal mio arrivo in ufficio, sono operativo e posso finalmente mettermi al lavoro.

Posso comprendere quindi l’impiegata della segreteria della scuola che magari usa dispositivi ancora più rudimentali dei miei ma non ha voglia né di prendere un caffè o di chiacchierare con i colleghi o osservare dalla finestra i bambini che affollano l’entrata. Così attende con le braccia conserte che tutto sia pronto per partire. La seconda spiegazione che mi sono dato è che forse il suo orario lavorativo inizia più tardi, però in quel caso tanto vale rimanere a casa e presentarsi in ufficio dopo. Almeno, io farei così. In entrambi i casi però ho pensato che la postura a braccia conserte alla propria scrivania in ufficio non sia molto consona, non so come dire. Immaginatevi una donna giovane nel pieno delle sue funzioni professionali in un atteggiamento inconfondibile di stasi. Un po’ stridente, non vi sembra?

Naturalmente per non sembrare indiscreto non ho chiesto nulla, però ho collegato ciò a cui stavo assistendo a un episodio di cui ero stato testimone proprio il pomeriggio prima. Un direttore di stabilimento di una famosa e innovativa industria piemontese – stiamo parlando di ben altri stipendi, sia ben chiaro – mi diceva che lui quando deve smettere di occuparsi di quello che sta facendo perché è sera e deve rientrare a casa si arrabbia tantissimo. Prova fastidio al termine della giornata lavorativa e sostiene che la fortuna di svolgere un lavoro che ti piace è impagabile. Come è facile immaginare, non mi sono permesso nemmeno in quel caso un contraddittorio. Qualunque sia il tuo mestiere, credo che tornare alla tua vita privata sia la cosa più bella del mondo e non solo se hai una famiglia accogliente come la mia. Mi piaceva rincasare quando vivevo da solo e persino quando ero ragazzo e abitavo con i miei genitori. Anzi, fatemi chiudere questo post che devo rientrare.

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