ti avevo detto di toglierla, quella foto

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Alla mostra Lara si è presentata con due accompagnatori, uno probabilmente il suo agente o manager, come vogliamo chiamarlo, ma comunque ai limiti per stazza della guardia del corpo, e l’altro sono sicuro fosse l’avvocato perché lo avevo incrociato qualche anno fa per lavoro, in completo blu notte in uno dei più costosi studi legali di Milano. Lara sapeva benissimo dove fosse appesa la foto che cercava, era già stata lì qualche giorno prima. Qualcuno le aveva anticipato che quella specie di ritrattista aveva messo il suo primo piano, stampato in uno di quei formati che non passano inosservati, su una delle pareti della sala principale. I rumori inconfondibili dei tacchi arrabbiati di Lara e la loro eco si sono diffusi velocemente per le stanze della galleria d’arte che ospitava la mostra. Al cospetto della gigantografia, Lara l’ha osservata ancora per qualche istante quasi sorpresa di riconoscersi in quella scala innaturale per un volto umano. L’avvocato e quell’altro scimmione si sono fermati, aspettando un cenno che è arrivato poco dopo. Sotto gli sguardi spaventati dei visitatori, quello grande e grosso ha estratto un lenzuolo enorme dallo zaino e lo ha spiegato sul pavimento. Poi, con l’aiuto dell’avvocato, ha staccato l’immagine dalla parete – non c’era nessun allarme, non è mica il Louvre – e ha adagiato la stampa sul telo. Gli occhi del ritratto in bianco e nero, con quello sguardo colto ad opera d’arte, hanno così osservato, per qualche secondo, il soffitto della stanza. I lembi sono stati ripiegati ad avvolgere la foto e stretti con dei lacci appositi. I due uomini la hanno sollevata e si sono avviati verso l’uscita. Lara ha invece esitato ancora per qualche attimo, riflettendo sul blitz portato a termine con sin troppa facilità, mentre il pubblico sbigottito si allontanava, temendo qualche ritorsione. La mostra era gratis, nessuno si è lamentato della foto in meno.

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