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siamo tutti la Cina di qualcun altro

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L’archistar nella foto sembra tale e quale il mio meccanico di fiducia, solo con la felpa meno vuncia di olio per motori. Il sorriso è lo stesso e probabilmente il modo in cui abbraccia la moglie da dietro per mettersi in posa per il fotografo è comune. In certi frangenti siamo tutti uguali e anche se non abbiamo mai fatto una cosa c’è un’istruzione da qualche parte nel cervello che ti passa le informazioni su come farla, questo indipendentemente se hai un cognome di quelli che si studiano a scuola o se sei famoso in paese solo perché prima di far spendere centinaia di euro per un ricambio originale e nuovo ti sbatti per far risparmiare quelli come me che si accontentano di un componente farlocco, usato o addirittura cinese.

D’altronde siamo tutti la Cina di qualcun altro. Ero a Berlino per lavoro, la settimana scorsa, a fare una cosa che quando la faccio qui a Milano e sono io a dirigere le maestranze (chiamiamole così) non lascio nemmeno cinque minuti di pausa per una sigaretta finché non si finisce. Chiedo di vederci alle 8.00 per essere operativi alle 8.30, quindi non do tregua fino a quando non ho ottenuto quello che volevo e possono essere le undici del mattino come le due o le sei e trenta del pomeriggio ma se capita che c’è molto da sbrigare – ed è già successo – si salta anche la pausa pranzo. Quando ci vediamo alle 8.00 del mattino dico a tutti di fare una colazione sostanziosa perché non è detto che ci sarà il tempo per mangiare. I colleghi ridono pensando che stia scherzando poi, però, si rendono conto che dico sul serio. Invece nella sede del mio cliente tedesco ero solo lì per dare qualche suggerimento, ma dopo un po’ ho perso la pazienza. Ogni mezz’ora si fermavano tutti per sorseggiare un caffè americano, fumare una sigaretta, fare un break per rifocillarsi con del dolce, dare un morso a un brezel, bere qualcosa di fortemente gassato. Poi c’è stata persino un’ora abbondante di pausa pranzo, a cui è seguita addirittura la merenda a metà pomeriggio.

Alle 17.30 dovevo correre all’altro capo della città per prendere l’aereo del ritorno, eppure di tre cose che dovevamo portare a termine ne avevamo a malapena chiuse due. Ma loro erano sereni: la preoccupazione di far tornare me e altri colleghi dall’Italia un’altra volta per ultimare quello che non eravamo riusciti a fare in quel giorno lì, a furia di operatività a singhiozzo, ce l’avevo solo io.

Ho pensato così che noi milanesi, rispetto a loro, sfruttiamo la forza lavoro allo stesso modo in cui ci indigniamo quando sentiamo dei ritmi e delle paghe degli operai dell’est. Io in primis. Stamane però ho portato la mia Yaris vecchia come il cucco al meccanico che sembra quel famoso architetto di cui parlano bene tutti sempre, quello a cui mi riferivo prima, ma mica è riuscito a sistemarmi i tergicristalli che si sono bloccati ieri a causa della neve. Ha avuto tutta la giornata disponibile ma quando sono andato a riprendere l’auto dopo l’ufficio mi ha confessato che non era riuscito ad aggiustarla. Così ho ripensato al tempo, al lavoro in sé, all’uomo al centro di tutto questo, al fatto che se domani piove sarà un casino guidare e avere sufficiente visibilità in strada, ma nell’insieme sono convinto sia un bene portare rispetto per quello che facciamo e che fanno gli altri. Sempre.

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