Spazio Pour Parler

una serie che si intitola Dark e che non ha nemmeno una canzone dei Cure nella colonna sonora non sta né in cielo né in terra

Se avessi saputo che gli anni ottanta si sarebbero perpetrati fino alle prime decadi del secolo successivo non mi sarei affrettato a sostituire il guardaroba, vergognandomi peraltro di averlo posseduto. Il problema è che gli ottanta andavano di moda già negli anni ottanta, poi sono stati di moda nei novanta perché bisognava ri-arrangiarli in versione grunge, poi il duemila ha visto gli albori della cultura derivativa in cui si è palesato un timido ritorno fino alla deflagrazione definiva degli anni dieci, complici alcune serie tv probabilmente pensate da gente della nostra generazione forgiata durante la madre di tutte le decadi.

Dopo Deutschland 83, e soprattutto dopo Stranger Things, Dark (almeno la prima stagione, visto che [ATTENZIONE SPOILER] i presupposti della seconda sono tutti sbilanciati sul futuro) ci ha fatto ripiombare nell’epoca in cui siamo cresciuti senza tanti complimenti e, peraltro, con una ricostruzione filologica inappuntabile.

In realtà pensavo di scrivere solo di alcune incongruenze che ho riscontrato durante la visione, sapete bene che sull’Internet più si odia e più lettori è possibile guadagnarsi. Come è mia abitudine, però, ho contato fino a dieci, confrontandomi peraltro con gente molto più competente di me in ambito serie tv, colonne sonore e cose così. Ho pensato allora di condividere solo qualche considerazione per vedere se ci ho visto giusto, fermo restando che seguire Dark fino all’epilogo della prima stagione non è stato semplice, considerando la sceneggiatura.

Le citazioni e i richiami a film e altre serie sono molteplici. La presenza dell’orologiaio ricorda il ruolo di Mastro Hora di “Momo” di Michael Ende, che ho visto – per doveri genitoriali – nella versione cartoon di Enzo D’Alò. Il tributo a “Ritorno al futuro” si percepisce più volte fino a quando, nell’ultimo episodio, la celebre DeLorean viene finalmente nominata in un dialogo rendendo più plausibile i precedenti collegamenti. La recitazione e  l’espressione di Ulrich Nielsen è un costante rimando a Rutger Hauer/Roy Batty di Blade Runner, complice la somiglianza tra gli attori e chissà se è davvero voluta. Le analogie con “Stranger Things” sono più evidenti: il sottosopra come dimensione temporale anziché spaziale, le caverne sottoterra e la relativa mappa, decisiva ai fini della trama, fino al pulviscolo nel finale di stagione e ai ragazzini con le bici da cross.

La colonna sonora è superlativa. Certo, da una serie che si chiama “Dark” ambientata in parte negli anni ottanta mi aspettavo come minimo i The Cure. Ve le immaginate tutte quelle scene di corse nel bosco con “A forest” di sottofondo? Nel complesso però anche certi gruppi di adesso non sfigurano, ancora per quanto dicevamo sopra circa il pesante tributo dei vostri tempi ai miei. Qui trovate la tracklist completa.

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