alti e bassi di fedeltà sonora

forse non può rivelarci tutto, ma quello che ci dice è già abbastanza

“Blackstar”, l’ultimo disco di Bowie uscito a ridosso del suo compleanno e della sua morte, due anni fa, è sicuramente l’album che ho ascoltato di meno negli ultimi tempi. Anzi, a essere sincero l’avrò messo sul piatto non più di due o tre volte. Non che non mi piaccia, anzi. Ma si tratta di un oggetto che suscita in me il ritorno al disorientamento provato nei giorni successivi alla sua scomparsa, e su questo punto non voglio certo drammatizzare né far leva su un sentimento così personale. Ci siamo chiesti più volte se sia lecito provare sgomento per uno sconosciuto che passa a miglior vita ma che, con la sua arte, ha contribuito ad arricchire il mondo che abitiamo e, nel caso di Bowie, la nostra esistenza. D’altro canto, il limite della musica non dematerializzata è anche quello. Il vinile in quanto oggetto fisico catalizza passioni, a differenza di un mp3 qualsiasi, per non parlare della copertina e, nel caso di “Blackstar”, di tutti i segreti che contiene e che ha svelato ai possessori con il tempo. Peccato, però. Peccato non averlo più ascoltato, anche se trasuda angoscia, con quei testi rivelatori delle intenzioni del cantante. Per non parlare dei video. Quello di “Lazarus” per me è off limits, mentre va un po’ meglio con “I Can’t Give Everything Away”, pubblicato il 6 aprile 2016 a tre mesi di distanza. Un video tutto fatto di parole, stelle, musica e cose strane, proprio come dev’essere Bowie ora.

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