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obiezione respinta

Da quando abbiamo Netflix, l’unica fruitrice massiva e compulsiva delle serie TV (che è poi lo specifico netflixiano) di casa è mia moglie. Non ne guarda molte, anzi. Ma è l’unica all’altezza di cimentarsi nelle full immersion delle serie TV con quella abnegazione che induce a spararsi tutte le puntate di fila indipendentemente da che ora sia, da che giorno, da chi ci sia in casa o da chi non ci sia, da cosa ci sia da fare, se ci si possa permettere di sbragarsi sul divano o ci siano impegni urgenti da ottemperare nell’immediato o nel breve periodo (che è poi lo specifico dell’utente netflixiano). Le serie preferite da mia moglie hanno protagonisti avvocati americani che lavorano (e molto spesso si accoppiano) in studi legali americani. Negli scorsi mesi è stato il turno di “The Good Wife”, che vede protagonista l’ex infermiera diplomata Carol Hathaway di ER con il gotha dei protagonisti di altre serie TV, da “Sex and the City” a “Friends” e tante altre che ora non rammento, fino a Michael J. Fox, sempre bravissimo, a l’attore che interpretava Knox Overstreet ne “L’attimo fuggente” e a una specie di sosia di Javier Bardem. Di “The Good Wife” devono aver prodotto migliaia di stagioni con milioni di episodi, quasi ai livelli della “Signora in giallo”, perché io che l’ho subita passivamente ho avuto l’impressione che non finisse più.

Poi è stato il turno di “Le regole del delitto perfetto”, che, rispetto a “The Good Wife”, come si dice a Milano, non gli porta “nanch adree i sciavatt”, cioè è imparagonabile in quanto a qualità, produzione, sceneggiatura e bravura degli attori. La peculiarità di questa serie però è che trombano tutti con tutti. Ogni due per tre c’è una scena di sesso sempre piuttosto esplicita ed è questo aspetto che mi ha fatto riflettere sul perché tutte le serie che trattano di avvocati sono ambientate negli Stati Uniti. Probabilmente il diritto che si osserva nel sistema giudiziario americano è divertente, consente colpi di scena senza confronti e, in più, stimola al sesso come poche altre discipline. Qui da noi il diritto è palloso, si studia a memoria nelle facoltà di legge, è pieno di latinorum e non dev’essere altrettanto avvincente.

Non sono un esperto, come immaginate, quindi se avete qualche impressione a supporto o meno di questa tesi fatevi avanti. Ho anche pensato che, con i tempi che ha la giustizia in Italia, probabilmente un serie ambientata in tribunale nel nostro paese durerebbe troppo a lungo, addirittura decenni prima di superare tutti i gradi di giudizio e giungere a una sentenza, impegnando quindi i protagonisti in fasi troppo distanti della loro vita. In più non consentirebbe di ridurre le singole storie a episodi e stagioni e di sicuro non interesserebbe, di conseguenza, chi decide i palinsesti di Netflix o di Amazon Prime Video.

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