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dove va lo sguardo dello scrittore

Scrittori, filosofi, intellettuali, e in genere tutti coloro dei quali non è facile rappresentare visivamente il frutto del loro lavoro in fieri e la fase di costruzione di quello che stanno facendo (sempre che facciano qualcosa) devono essere per forza fotografati o filmati a scopi di marketing mentre pensano, perché il pensare è l’attività che la gente comune associa più facilmente come la più vicina e quello che le categorie indicate sopra fanno. Sapete che occorre semplificare o generalizzare per trasmettere un’emozione o un concetto stesso, è la regola numero uno della pubblicità.

Ma come si fa a capire se lo scrittore, il filosofo o l’intellettuale nella foto sta realmente pensando oppure se quella è una posa e quando il fotografo gli chiede di pensare a qualcosa inerente il suo lavoro (lavoro tra virgolette) lui invece fa finta e pensa alla partita della sua squadra di calcio preferita oppure ripassa mentalmente la lista della spesa? Probabilmente il trucco consiste nel riprendere il soggetto in una cornice fortemente evocativa che trasferisca l’idea di quanto si senta ispirato dal contesto e, di conseguenza, non possa far altro che pensare alla trama del libro che sta scrivendo o a qualche complessa speculazione filosofica. Prendete per esempio questa foto di Jonathan Franzen:

È evidente che l’autore di “Purity” stia contemplando un punto verso l’infinito, e la sua espressione ci lascia intendere che vede cose invisibili per noi – a parte il fatto che sono sicuramente fuori quadro – ma che si stanno lentamente e costantemente (come il ritmo delle onde stesse che vediamo alle sue spalle) materializzando nel suo pensiero e che presto prenderanno forma definita in una pagina del suo prossimo libro. L’unico punto di contatto con la realtà è la presa d’atto che l’acqua del mare inzacchera gli scarponi e, sul bagnasciuga, è più opportuno procedere a piedi nudi.

Quindi occorre mettere alcune cose in chiaro. Primo: le persone riprese in primo piano da vicino, pur rendendo al massimo in comunicatività soprattutto se fotografate da uno bravo dotato di una macchina buona, alla fine sembrano tutte interessanti uguali e potrebbero svolgere qualunque lavoro. Secondo: aggiungere una mano sotto il mento non porta a niente e, chi ci casca, rischia di farci la stessa figura di quelli che credono di acchiappare più like tra i colleghi su LinkedIn. Terzo: fotografare uno scrittore alle prese con un’attività quotidiana o manuale rischia di banalizzare la portata di quanto il loro lavoro (se vi va consideratelo senza virgolette, questa volta) sia importante per noi.

Scommetto che Franzen non sia tenuto ad accompagnare la moglie (o la compagna, non ho idea se sia sposato o meno) al centro commerciale per i saldi e che ci sia qualcuno per lui che pulisce la lettiera del gatto. Il loro pensiero non può essere contaminato dalla calca in coda a Primark o dal cattivo odore delle feci feline e, in effetti, un’istantanea in questi frangenti ritraente la smorfia di disappunto potrebbe disorientare il pubblico. Oppure no. Scrittori, filosofi e intellettuali vedono oltre le vetrine di Sephora e le palle di urina di gatto nella cassetta, le loro riflessioni sono così complesse che abbattono e distruggono qualunque ostacolo materiale e sanno proiettarsi verso l’infinito, ovunque esso sia.

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