alti e bassi di fedeltà sonora

la cover di Zombie del mio amico Mauro

Ogni anno ha i suoi martiri celebri uccisi dal tempo, dalle malattie, dalla depressione, da tutto quanto è letale per il genere umano. Gente normale, VIP, ricchi, poveri (anche Ricchi e Poveri), ormai è un dato di fatto: non c’è scampo per nessuno. Un pensiero è oggi d’obbligo così per Mauro. Mauro era un cantautore per passione, di quelli che salgono sul palco appena usciti dall’uffico ancora con il vestito da impiegato. Capelli grigi perché già avanti con l’età, camicia azzurra con maglioncino girocollo blu e chitarra elettrica. In concerto ci faceva sempre la figura dell’outsider perché non era abbastanza carismatico da potersi permettere di passare per uno a cui ricoprire quel ruolo non gli interessava. Risultava un po’ sfigato e basta, come tutti quelli un po’ sfigati che comunque hanno il diritto di esibirsi con la propria arte come quelli vincenti. Mauro aveva quarant’anni suonati all’uscita di “No Need to Argue”, l’album che ha sancito il successo mondiale per i Cranberries. Quell’album gli era piaciuto così tanto che aveva deciso di mettere in scaletta una cover del celebre “Zombie”.

Ve lo immaginate? Una voce maschile, non baritonale comunque non altissima, che cerca di rendere i singhiozzi di Dolores O’Riordan, con un abbigliamento ordinario e, per di più, in quei posti di provincia in cui si organizzano i concerti degli sconosciuti. Ciao Mauro, chissà se la canti ancora, quella canzone. A me, invece, piaceva molto “Salvation” (presente nell’album successivo “To the Faithful Departed”) ma no, Mauro non la suonava. Piaceva a me come a tutti, del resto, così bella e così divertente da pogare. Che amarezza, però.

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