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Perché il sessantotto è il sessantotto

Poco fa ho visto un velocissimo spot su un canale Rai. Una donna e due uomini, visti di spalle, che dipingono su una parete candida un grande arcobaleno su cui campeggia in rosso il numero 68. Ho pensato che bello, la TV di stato celebra il cinquantennale del sessantotto e lo fa con una metafora efficacissima ricca di significato. Il sessantotto è stato un arcobaleno nella storia, una cascata di colori in un mondo in bianco e nero (molto più nero che bianco), uno spettacolo naturale che ha messo fine alla noiosa pioggerellina del conformismo. Ho pensato che fosse straordinario che si celebrasse il primato dell’antagonismo culturale sull’immobilismo sociale al quale saremmo stati condannati senza il sessantotto e che si celebrasse proprio su un canale della Rai di quelli che contano, di quelli seguiti solo dalla gente moderata se non perbenista e bacchettona. Ho pensato a un nuovo corso, forse un po’ tardivo ma meglio tardi che mai, e ho pensato che nella pavida italietta pronta a prostrarsi all’ennesimo ducetto – oggi a cinque stelle – riconoscere qualche sacrosanto merito a chi ha provato a far andare le cose per il verso giusto possa risultare utile.

Ho pensato tutto questo fino a quando uno dei due uomini di spalle è salito su una scala con il pennello in mano e ha aggiunto una o piccolina in apice dopo il numero 68, il cui significato è diventato così sessantottesimo. Quindi l’uomo è sceso, si è messo di profilo e l’ho riconosciuto. Era Claudio Baglioni, e ho riconosciuto gli altri due, Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker, fino a quando la musica è sfumata ed è comparso il vero oggetto di quello spot, ed è facile immaginare quale fosse.

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