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Il carnevale di rito

Liliana ha dei coriandoli colorati di un diametro anomalo nei capelli e spinge un passeggino occupato da un Pokémon vestito di tutto punto. Pochi passi dietro un supereroe tutto gonfio di gommapiuma e conciato malissimo consulta lo smartphone alla ricerca di qualche risposta. C’è una statistica che riporta quante volte l’essere umano in media guarda il cellulare al giorno e, se non ricordo male, il valore è abbastanza preoccupante. Fa ancora molto freddo per essere la metà di febbraio ma questo non giustifica il modo in cui ogni posto in Italia intende a suo modo questa celebrazione del travestimento. Altrove dev’essere già primavera, altrove hanno già ripulito le strade dalle stelle filanti, altrove finalmente si può camminare in strada depressi senza nessun senso di colpa ma sono sicuro che ci sono città in cui tutto questo deve ancora cominciare. Passa un corteo di peruviani con i loro abiti tradizionali accompagnati da una canzone sguaiatamente folk delle loro parti sparata in distorsione dall’Apecar che li precede ma il messaggio è fuorviante. Se siamo qui a burlarci dei personaggi da cui ci siamo mascherati chi rappresenta se stesso o le sue origini mette in ridicolo la componente sbagliata della propria personalità. I peruviani probabilmente hanno un concetto diverso del Carnevale e qualcuno dovrebbe spiegarglielo a costo di rovinargli la festa. Chissà chi ha organizzato tutto questo. Spero solo che nessuno mi riconosca anche se non sono vestito da niente o di finire in televisione come quella volta in cui al TG regionale avevano trasmesso un servizio sulla festa della città e io ero stato ripreso a osservare perplesso la maschera tipica di quel posto assurdo in cui sono nato, con indosso un giaccone blu tre quarti da marinaio ma che non voleva significare nulla.

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