Spazio Pour Parler

il numero dieci

Una striscia di peluria sotto la coscia destra non c’era più. Regina aveva notato i contorni netti e regolari della pelle ora liscia e aveva immediatamente comunicato la stranezza allo zio che si era subito messo a testa in giù per verificare l’anomalia. Sembrava una pista da sci vista senza neve, in estate, quando il verde chiaro del prato spicca sullo smeraldo degli abeti intorno e la montagna sembra all’apice del suo fulgore. Ma quelli erano sicuramente i postumi minori della pessima esperienza provata la sera precedente. Al bar dell’Hotel in cui aveva partecipato al convegno aveva acconsentito a sottoporsi volontariamente al numero del mago col cappello, almeno così si faceva chiamare perché, oltre a essere un pianista eccezionale, indossava sempre un copricapo da abbigliamento molto classico in netto contrasto con un look abituale piuttosto dimesso. La tecnica acquisita in anni di studio dello strumento e la facilità con cui eseguiva brani ai limiti del trascendentale era una conseguenza della straordinaria manualità che il mago con il cappello metteva a frutto anche nei giochi di prestidigitazione e illusionismo. Vittorio si era così trovato all’improvviso di fronte a un portiere di calcio, in uno stadio gremito all’inverosimile di tifosi dell’una e dell’altra squadra, nell’atto di calciare un rigore con una divisa di una squadra mai vista, probabilmente un campionato del nord Europa anche a giudicare dal gelo dell’aria. Al fischio dell’arbitro aveva esitato qualche secondo e poi, come fosse la cosa più normale del mondo, era partito con la rincorsa propedeutica al tiro. Nemmeno dieci passi e poi il piede in asse perfetto per calciare la palla al massimo della potenza. Il corpo che stava muovendo non era quello abituale da responsabile vendite che si portava appresso, ma rispondeva perfettamente ad algoritmi di pensiero mai elaborati prima ed era incredibilmente potente. I muscoli delle gambe enormi e atletici, i polmoni capaci quanto il mantice di un harmonium, lo sguardo limpido e in grado di individuare il centro di un bersaglio anche immaginario. A pochi istanti dal movimento decisivo lo aveva però riportato indietro il mago con il cappello con uno schiocco di dita, a cui era seguito il sorriso beffardo, gli applausi numericamente irrilevanti degli avventori, la disillusione del risveglio dopo un sogno ad altissima definizione. I due colleghi a cui si era poi unito al tavolino del bar, immediatamente dopo l’esperimento magico, stavano parlando di quando il cuore si spegne come se qualcuno avesse premuto un telecomando e hai ancora quella manciata di decimi di secondo per lanciare un lamento e percepisci la fine che scorre alla velocità della luce lungo le membra e poi, presumibilmente, diventa tutto buio.

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