alti e bassi di fedeltà sonora

chiedo scusa a tutte voi

Anni fa ho rifiutato un ingaggio in una band rock perché c’era una cantante donna. Ho persino giustificato la mia scelta senza pensare a quanto potesse essere offensiva la motivazione per cui mi sono negato alla richiesta. Molto stupidamente, molto più che ingenuamente, ho detto la verità e, sebbene via e-mail, mi sono giustamente preso una botta di cretino dalla vocalist in questione. Non volevo accompagnare un timbro femminile perché mi sentivo più realizzato in una band di soli uomini e perché ascoltavo quasi esclusivamente band di soli uomini. Oggi posso raccontare questo pregiudizio con il giusta distacco perché, a così tanto tempo di distanza, posso orgogliosamente sostenere il contrario, e cioè che ascolto quasi esclusivamente voci femminili. Da qualche anno a questa parte ho scoperto cantanti o voci soliste di gruppi che mi hanno fatto rivoltare completamente opinione. Sarà la maturità? O la terza età che riconduce alle cantanti donne un ideale di maggiore completezza? A una certa età si ritrovano nel timbro femminile certe esperienze ancestrali? E sono così tanto sull’altra sponda che, ogni otto marzo, mi impegno ad acquistare l’ellepì di una cantante per celebrare la festa della donna. Ci sono artiste che ho scoperto negli ultimi anni e che sono balzate ai vertici della mia classifica personale delle cose più belle. Valerie June, i Daughter, Nadine Shah, Tune-Yards, Eera, giusto per fare qualche nome. Quest’anno è toccato a una ragazza di ventidue anni che viene da Richmond, Virginia, e che fa della musica bellissima. Signore e signori, vi presento Lucy Dacus.

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