Spazio Pour Parler

le città invise

La provincia americana che leggiamo nei libri dei nostri scrittori preferiti e la provincia italiana da cui proveniamo sono da sempre agli antipodi dei nostri riferimenti culturali. Cibo con cui rifocillarci la mente la prima, oblio di cui anche vergognarsi un po’ la seconda.

Io vengo da Savona, quel paesello che ieri sera è stato protagonista di “Fuoriroma”, il programma vetrina a cui aspirano tutti i paeselli come quello da cui sono fuggito a gambe levate – prima con destinazione Genova per finire poi a Milano – perché vedere in tv qualcosa che non sia una metropoli e vederla in un contesto finalmente non di sordida cronaca nera o di programmi da deprivati come “Dalla vostra parte” fa un enorme piacere a chi ci abita e a chi se ne è andato. Per tutti gli altri resta un buon punto interrogativo. Una sensazione che ho provato vedendo qualche domenica fa l’episodio su Verona, nel senso che se non sei nato o vivi nel posto oggetto della puntata, il programma di Concita Di Gregorio lascia un po’ il tempo che trova.

Qualche anno fa, per attirare un po’ di clic a questo blog, avevo abbozzato un post proprio su Savona per mettere insieme quelle curiosità di cui vanno a caccia su Internet i turisti. Poi però ho rinunciato perché, riflettendoci, manco da così tanti anni che non ha più senso. Non è più lo stesso paesello in cui ho vissuto per più di vent’anni oramai trent’anni fa e che, per di più, le tre o quattro visite l’anno che faccio a mia mamma non mi danno l’opportunità di riscoprire. Non saprei che ristorante consigliarvi, quali attrazioni dirvi di visitare, dove bere un aperitivo, indicarvi la via dello shopping. Quando sono a Savona ed esco a fare quattro passi raramente incontro qualcuno che conosco. Non ho più amici e nemmeno mi viene in mente di chiamare quei pochi rimasti.

Ieri sera, seguendo “Fuoriroma” in tv, ho avuto però qualche batticuore. L’effetto delle riprese con il drone, che permette quell’emozione della vista dall’alto ma da una quota a misura d’uomo, ha colpito nel segno. E poi il coloring delle immagini sul mare, l’immancabile cargo che passa davanti al litorale, le ciminiere della Tirreno Power sullo sfondo. Pur da addetto ai lavori, l’aver confezionato una versione azzimata di un posto che, a passarci in macchina, non ti fermeresti nemmeno a fare dieci euro di benzina, non mi ha lasciato indifferente. Carlo Freccero, durante il suo intervento, ha detto che Savona è la metafora del vento che spettina i capelli, una metafora che però calza meglio su di lui. Savona ha dato i natali anche a Fabio Fazio, Aldo Grasso, Tatti Sanguineti e a tutta un’avanguardia di gente fuori di testa, un particolare che è emerso durante la trasmissione. Peccato che non ci fossero anche loro a dare un contributo. E peccato che non ci fossi nemmeno io perché, vi assicuro, vi avrei lasciato a bocca aperta.

Ancora oggi, se giri per Savona ti accorgi che la gente che è rimasta, oltre a essere piuttosto dimessa, non sembra molto registrata. Io ho il DNA di questo avamposto del sud Italia nel nord, forse sono un po’ fuori come quel Mr. Puma che avete visto seduto al bar con Concita Di Gregorio, ho suonato con lui, e se mi avessero intervistato sarebbe emerso anche in me questo lato di sregolatezza che noi da Savona ci portiamo dentro in ogni posto in cui ci ritroviamo ad abitare.

Savona è poi davvero un paesello con un lingua propria (che, attenzione, non è il dialetto ma un italiano a tutti gli effetti però savonesizzato) come le gag che Enrique Balbontin, straordinario comico genovese, si è inventato per ridicolizzarne gli abitanti. I savonesi con quel loro assurdo modo di parlare e l’uso che, con noncuranza, fanno del loro idioma indipendentemente se il loro interlocutore sia savonese oppure no. Mia mamma, quando parla con mia moglie che è milanese, trova del tutto naturale usare l’italo-savonese come se tutto il mondo fosse Savona e ieri sera, in prima serata TV su un canale nazionale, uno dei savonesi intervistati, un giornalista molto preparato e competente, non ha avuto nessuna esitazione a usare l’aggettivo “malpreso” che, in savonese, significa più o meno “in cattive condizioni” ma che è un termine che può capire solo un savonese come me.

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