alti e bassi di fedeltà sonora

ti ho visto al concerto

Il valore della statura media della popolazione giovane italiana aumenta di anno in anno e me ne accorgo quando vado ai concerti. Sono uno e ottantasei ma fatico sempre più a vedere i musicisti in piedi dalla cintola in su. Certo, i telefonini in alto per riprendere e fare foto non aiutano, ma anche in momenti di stasi digitale con qualche fastidio dovuto a una nuca solitamente più folta di capigliatura della mia ad altezza occhi e che ostruisce la parte bassa del palco devo sempre fare i conti. A me piace avere campo libero sotto perché posso osservare le zappate sulla chitarra oppure, nel caso ci sia una musicista sul palco con la gonna, ammirare il contrasto tra basso e gambe, per esempio. Mi è capitato ieri al concerto dei Protomartyr allo Spazio 211 di Torino, perché ad aprire la serata sono intervenuti gli ottimi Less Than a Cube che non conoscevo affatto. Prima che iniziassero ho notato una tipa interessantissima tra il pubblico, e poi quando ho visto che è salita sul palco e si è messa a suonare e cantare è stata una bella sorpresa. Volevo dirglielo ma il volume era troppo alto.

Non sono capace invece a scrivere le recensioni dei concerti perché è difficile parlarne dopo. Bisognerebbe fare come si fa con i live tweeting e condividere all’istante le proprie considerazioni quando se ne sente il bisogno. Una forte emozione dovuta a questo o quel brano. Un virtuosismo che ci ha impressionato particolarmente. Un momento di irripetibile empatia con la smorfia del cantante. Un brivido dovuto all’uso perfettamente coordinato delle luci con il mood della canzone. Un impeto di fastidio per qualcuno ubriaco tra il pubblico che parla ad alta voce in un momento intimo della band. Si tratta però comunque sempre dell’attestazione di emozioni dopo che si sono librate granularmente nel nostro sistema nervoso, quindi comunque in differita e già prive della loro portata dirompente.

Allora meglio stare zitti oppure limitarsi a qualche dato oggettivo. Primo: i Protomartyr hanno spaccato con un concerto formidabile. Secondo: ottima acustica ma forse il locale – per quanto molto bello – forse era sottodimensionato per un gruppo di tale notorietà. Terzo: il concerto è iniziato a un’ora assurda (le undici passate) per un giorno infrasettimanale (martedì sera) e per chi poi doveva sobbarcarsi un’ora e mezza di viaggio di ritorno (dopo l’ora e mezza del viaggio di andata).

Più interessante, forse, condividere anche a freddo qualche nota sulle persone presenti. Intanto l’età media alta del pubblico, con punte che mi superavano abbondantemente di qualche anno. Sotto il palco c’era quattro amici (nel senso di amici tra di loro) sui cinquanta che si sono goduti la musica come dei ragazzini qualunque. Poi è stato impossibile non notare il mio sosia (a parte gli occhiali) che si è messo al mio fianco. Stessa forma del viso, profilo analogo, mosca e basette, capelli sale e pepe. Ci siamo guardati come a chiederci se se ci fossimo già visti da qualche parte e la risposta, per entrambi, è stata sì, allo specchio. Peccato che in quell’istante i Protomartyr abbiano iniziato la serata e quindi l’attimo per scoprirne di più è fuggito, anche se tra maschi, sapete, non ci si mostra mai troppo vulnerabili. C’era infine una donna poco più avanti identica a Roberta, una amica architetto che non vedo da un po’, e così ho pensato quanto fosse bello trovare così tante facce conosciute, riunite a condividere la passione per lo stesso gruppo musicale, in una sorta di affinità elettiva di una nicchia di persone con la stessa matrice di gusti. L’esibizione di una band che amiamo è un momento in cui ci sembra di essere in famiglia, quindi non ci dobbiamo meravigliare se ci sembra di riconoscere qualcuno anche se poi non è chi pensiamo.

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