alti e bassi di fedeltà sonora

sempreverde

Ieri pomeriggio alle 15:45 ero in prima fila sotto il sole al botteghino del Miami festival per ritirare tre biglietti da consegnare in fretta e in furia a mia figlia e due sue compagne di classe e garantire loro la possibilità della migliore esperienza di partecipazione alla prima serata del concerto possibile. Un ragazzo con un registratore digitale portatile in mano mi ha avvicinato per intervistarmi e ha insistito per farlo anche quando gli ho detto che non mi trovavo lì per assistere al festival ma aspettavo l’apertura delle casse di Ticketone e poi sarei scappato. Tra la cinquantina di giovani alternativi in fila dietro di me per lo stesso motivo probabilmente risaltavo per l’età, sta di fatto che dopo di me si è allontanato. Mi ha chiesto perché ero lì, che musica ascoltassi. Mi ha chiesto dei miei quattordici anni, domanda alla quale credo di aver risposto nominando i Joy Division almeno sei volte, e dove mi vedevo allora da adulto. Ho pensato così se a quattordici anni avessi mai immaginato di trovarmi in camicia a trenta gradi sotto il sole per far piacere a mia figlia in mezzo a giovani fan della scena indie italiana, ma il tentativo di proiezione mi è sembrato impraticabile sin dall’inizio. Difficile ricordarsi di sé a quattordici anni. Difficile pensare a cosa pensassi allora. Difficile risalire a eventuali sogni incentrati sul come essere da adulto, anzi, cinquantenne. Un cinquantenne è un quattordicenne con i peli bianchi sulle braccia, le guance cadenti, le maniglie sulla schiena, l’ipertensione, una figlia da crescere, un lavoro ripetitivo, i genitori – se ancora vivi – almeno ottantenni, un po’ meno di sinistra, con quell’inconfondibile caratteristica di dimenticarsi il motivo per cui si è aperto un cassetto, la porta dello sgabuzzino, la dispensa, e la necessità di fare rewind nei pensieri e trovare il punto in cui la mente ha inviato l’istruzione di voler cercare una determinata cosa. Un insieme di pensieri in cui c’entra il nuovo disco di Calcutta uscito ieri che potrebbe essere la prerogativa di un quattordicenne di oggi ma che invece, non chiedetemi il motivo perché non ho una risposta, ce ne siamo impossessati subito noi con i nostri paragoni con Battisti e Luca Carboni, la copertina che sembra una di quelle foto che scattavano i nostri zii con la Polaroid negli anni 70, quei testi che se li avessimo avuti noi le cose avrebbero preso una piega diversa. La prova che presentiamo a fronte delle accuse è che la sostanza non cambia: dentro di noi c’è sempre la stessa polpa di allora, forse un po’ stantia, ma non è colpa nostra se siamo cresciuti così. Non è nemmeno colpa loro, dei quattordicenni, intendo, se hanno i nostri stessi gusti. Il nostro stesso spleen.