alti e bassi di fedeltà sonora

di tanto in tanto un grido copriva le distanze

“La voce del padrone” di Franco Battiato, uscito nell’autunno nel 1981, risulta comunque un album che è facile legare all’estate successiva, quella del 1982, considerando che al primo posto della Hit Parade c’è schizzato solo allora. Solo per modo di dire, naturalmente, se considerate quante copie ha venduto. Questo significa che si tratta di un disco per tutte le stagioni. “Centro di gravità permanente”, con quel video assurdo dei tizi che ballano un discutibile twist, è un brano provocatoriamente invernale. “Cuccurucucù” risveglia dai torpori e ti sbatte in faccia la primavera e le serenate in senso lato e in balia degli ormoni. Ma “Summer on a Solitary Beach”, sarà perché l’estate la cita nel titolo, è l’inno dell’agosto che volge al termine, fa un caldo pazzesco ma alle otto la canicola lascia il posto già all’imbrunire come l’autunno alle porte, ci sono gli echi del cinema all’aperto e tutte quelle cose poetiche che non mi stancherò mai di ascoltare perché mi soffocano di malinconia per le cose che finiscono. Ieri sera, giunto a casa dal lavoro, ho spalancato le finestre sul balcone e l’ho messo a un volume smoderatamente eccessivo, soprattutto per il tipo di musica di cui è espressione e considerando che non ricordo affatto i sentimenti che mi muovesse nel 1982. D’altronde voi a cinquantun anni riuscireste a ripercorrere la cartina muta del vostro animo di trentasei anni prima? Però “La voce del padrone” è considerato il secondo disco più bello di sempre nella classifica dei 100 dischi italiani di Rolling Stone Italia, così ho deciso che d’ora in poi farò miei tutti i primati di quelle esperienze che, in quanto universali, devo aver provato anch’io per forza.