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ok commuter

Per la prima volta nella mia vita sono costretto a usare l’auto per recarmi al lavoro. Detta così sembra un’imposizione e mi spiace perché, in realtà, sono contento di questa svolta. Ho iniziato a usare mezzi di trasporto pubblico quotidianamente nel 1986, esattamente trentadue anni fa, quando mi sono iscritto per il primo anno a una facoltà che richiedeva, per certe materie, la frequenza obbligatoria delle lezioni. Sono ancora in possesso di qualche tessera di abbonamento studenti alla Ferrovie delle Stato di allora, vestigia di un tempo in cui davvero i treni non costavano nulla. Sulle carrozze dei locali per Genova si poteva fumare e, nei pressi del complesso industriale dell’ILVA di Cornigliano, alcuni miei compagni di viaggio si liberavano impunemente considerando che, dato il livello di inquinamento dell’aria di quel tratto, risultava impossibile risalire all’origine dei miasmi. Se frequentavate quella tratta in quegli orari di quegli anni, e siete sopravvissuti malgrado quella specie di Chernobyl che attraversavamo ogni giorno, vi giuro che non ero io. Non oso pensare che ne sia stato degli abitanti e di chi ci lavorava.

Ho fatto il pendolare anche ai tempi del mio primo impiego a Genova, e quando mi sono trasferito a metà anni novanta nella città che amo di più al mondo ricorrevo a quella che ai tempi era la metropolitana più breve della storia (credo due o tre fermate, non di più) più un autobus per il tratto finale. Poco dopo ho sottoscritto un vantaggioso contratto con un’agenzia milanese e, per quello che ricordo essere il periodo più spensierato della mia vita, ho sperimentato il pendolarismo estremo quotidiano da Genova a Milano in treno, andata e ritorno, pratica in auge tutt’ora tra un nutrito gruppo di liguri che mai cederanno alle lusinghe della metropoli lombarda e che, piuttosto che trasferirsi in pianta stabile, sono disposti a donare più di quattro ore del loro tempo ogni giorno a Trenitalia.

Infine, per sedici anni, ho usufruito delle Ferrovie Nord per raggiungere l’ufficio in cui ho operato fino alla settimana scorsa dalla periferia milanese. Venticinque minuti di lettura a tratta per un’esperienza di viaggio decisamente light e gradevole, malgrado le soppressioni di convogli random che il gestore usa infliggere ai suoi clienti più affezionati.

Da lunedì scorso invece compio una tratta non coperta dal trasporto pubblico, o per lo meno non coperta in tempi accettabili per una civiltà dell’occidente sviluppato e contemporaneo. Così ho iniziato a utilizzare l’auto per i quindici minuti occorrenti a raggiungere il mio nuovo posto di lavoro, una scelta che comporta più gas di scarico nell’ambiente, consumi di carburante che prima non avevo e lo spostamento in automobile in sé. Per fortuna sono in contro-traffico sia all’andata che al ritorno, il che mi mette al sicuro dalle code che, da queste parti, sono più che un must. Ascolto la radio, canticchio da solo, mi faccio guidare ogni giorno sul percorso più rapido da una di quelle app che ti tengono compagnia quando viaggi senza nessun passeggero. Non pensavo che, in fondo, anche il pendolarismo automobilistico potesse avere il suo lato romantico.

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