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Credo di aver capito, finalmente. Il segreto sta tutto nel non utilizzare il computer come il prolungamento della propria persona ma per lo strumento che è, un mezzo utile a svolgere più velocemente le attività che altrimenti si farebbero a mano. Prima facevo un lavoro così. Un lavoro in cui il computer era il mezzo, il fine e un apparato extra del mio corpo e della mia mente, indispensabile per portare a termine le cose di cui ero chiamato a occuparmi. Ora invece quello che faccio è completamente basato sulle relazione e, solo in alcuni casi, accendo il pc per agevolarle ma solo per la mediazione con informazioni che vivono al di là dello schermo (nel mio caso si chiama LIM) mentre tutta la componente umana con me in quei momenti si trova al di qua, sullo stesso piano, passatemi il termine.

A volte mi dimentico persino di accenderlo, il computer in classe. Poi penso a quello che il sistema di cui ora faccio parte si aspetta da me: digitalizzazione, virtualizzazione, apprendimento smart, interattività, persino quella multimedialità di cui mi occupavo quando ho iniziato a lavorare nell’editoria digitale (era il 1996, trentadue anni fa). Proprio ieri ho trovato, in un armadio del laboratorio di informatica della scuola, la scatola (vuota) di Asymetrix Multimedia Toolbook, che tenerezza. Arrivando dall’informatizzazione spinta, trovo superflua la sua applicazione in un contesto come la scuola in cui già si fa fatica a evitare la stampa quotidiana delle schede con gli esercizi. Ogni volta sono botte di 23 fotocopie quando, se ci fossero terminali portatili a disposizione di tutti (non li chiamo volutamente tablet perché i dispositivi touch a scuola sono ampiamente sopravvalutati e, detto tra noi ma non ditelo ai genitori dei bambini e ai ministri dell’istruzione, non servono a un cazzo) basterebbe un link a una piattaforma online sul web. Un pdf, al massimo.

Ma non oggi. Stamattina ho attaccato alcuni poster sui listelli di legno che corrono lungo buona parte del perimetro dell’aula, avete presente? Sono poster che fanno parte della fornitura dei libri di testo. Ce n’è uno particolarmente evocativo perché è la versione ufficiale di quel disegno sulla base del quale è stata disegnata la copertina di “The Dark Side of the Moon”. Appena riesco farò ascoltare il disco ai miei bambini, sfruttando la somiglianza delle illustrazioni come scusa. Poi ho appeso uno schema molto suggestivo del sistema solare. Sono stati in molti, nell’intervallo, a passare il tempo lì con il naso all’insù a contemplare il fascino dei pianeti. Ho spiegato la vicenda di Plutone che, lo sapete, è un tema che mi sta molto a cuore perché trovo che Plutone sia stato immeritatamente vittima del declassamento e, di conseguenza, di tutte le estromissioni dalle lezioni a cui è costretto. Un fatto che non fa che confermare la mia tesi: i pianeti sono affascinanti, tanto sul poster attaccato al muro quanto su quel sito in cui è possibile navigarli come se fossimo su Google Street View. Voglio dire, è il tema a essere interessante. Gli strumenti per dimostrarlo sono secondari. Dimenticavo: da quando non uso più il computer otto al giorno ho anche meno fastidi alla vista. Anzi, ogni tanto sento gli occhi persino lucidi, ma è tutta colpa dei miei alunni e di tutte le volte che mi sorprendono, per il solo fatto di essere lì davanti a me.

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