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come si vestono gli insegnanti

Ho cercato in rete da dove derivi il modo di dire “cambio degli armadi” che, se ci pensate bene, non sta né in cielo né in terra. Se cambiassimo realmente gli armadi a ogni stagione spenderemmo una fortuna a vantaggio dei mobilifici e ci troveremmo un’Ikea a ogni angolo, considerando i profitti dell’arredamento usa e getta. Dobbiamo ammettere però che, con la storia del clima che non è più quello di una volta e le mezze stagioni che sono oramai un ricordo tanto che persino questo, di modo di dire, risulta obsoleto dai millennials in giù, gli armadi restano gli stessi quasi tutto l’anno perché oramai – con 18 gradi a metà novembre – la gamma dei tessuti confortevoli si è ridotta drasticamente.

Subentra poi il fattore del microclima che caratterizza gli ambienti in cui viviamo e, soprattutto, lavoriamo. Nella mia scuola c’è costantemente un caldo infernale. Il rivestimento esterno – quello che in edilizia si chiama cappotto – e gli infissi di nuova generazione, uniti alla densità di presenze nelle aule, portano la temperatura da settembre a giugno a livelli impossibili in natura. I bambini stanno tutto l’anno in maglietta ma per loro il problema non sussiste perché tanto ci pensano i genitori. Io al momento vado avanti con la roba estiva o, al massimo, primaverile e già con i maglioncini di cotone arrivo a fine lezione conciato nemmeno avessi fatto allenamento. Evito la camicia per non sottopormi al ludibrio dei marmocchi di fronte ad ascelle costantemente pezzate e, d’altro canto, mica posso indossare le t-shirt dei Joy Division a scuola, ne andrebbe della mia autorevolezza. Sfoggio così gli stessi golfini che metto nelle serate estive in riva al mare quando sale la brezza, avete presente? A parte il panorama davanti, non c’è molta differenza.

Per il resto l’importante è crearsi le condizioni per agire con disinvoltura. Troppa eleganza in classe (almeno alla primaria) è fuori luogo. Meglio qualcosa che ti consenta di muoverti agevolmente perché comunque il lavoro è dinamico. Io sto in piedi, girello tra i banchi, poi mi chiamano i colleghi per fare mille cose soprattutto in ambito informatico e digitale (ma anche cose più di fatica, considerando che sono l’unico esemplare di sesso maschile in tutto il plesso) per cui jeans, sneakers e maglioncino di cotone sono la cosa migliore. Ho notato invece una collega che certi giorni si mette giù da battaglia. Ieri indossava una mini piuttosto azzardata con un paio di quegli stivaloni con tacco alto che arrivano a metà coscia. Non che stesse male, anzi. Ho pensato però alla reazione dei bambini al cospetto di un look di quel tipo e alla difficoltà di stare seduta alla cattedra vestita così. Magari poi ti alzi e ti devi chinare su un banco per spiegare meglio qualcosa oppure ti viene voglia di allungare le gambe per rilassarti un po’, a chi non capita ogni tanto? Invece così forse si è costretti a mantenere un postura esageratamente rigida e poco consona al linguaggio del corpo che l’insegnamento richiede, considerata l’età dei discenti.

Così mi sono chiesto con che criterio le persone scelgano l’outfit per andare al al lavoro quando il tipo di lavoro rende alcuni stili poco indicati e non mi riferisco a mestieri che richiedono indumenti tecnici oppure alla necessità di risultare azzimati all’eccesso per far bella figura o, al contrario, conciati alla peggio perché i vestiti si consumano o si rovinano. Ho fatto di nascosto, comunque, una foto alla collega perché volevo commentarla con mia cognata con cui spesso ci confrontiamo su questi aspetti della scuola italiana. Poi però l’ho cancellata perché, di questi tempi, un tema come questo potrebbe essere mal interpretato. D’altronde, chi se ne importa. Magari, poi, quegli stivaloni alla coscia sono comodissimi.

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