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heavy meta

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Che l’Italia sia testa di serie nella moda mondiale lo si evince anche dal fatto che molto spesso gli italiani si comportino un po’ da teneri pecoroni, e cioè che dalle nostre parti è facile che fenomeni, prodotti, personaggi o altro improvvisamente siano oggetto di interesse di massa e poi magari, dopo un po’, finiscano nel dimenticatoio. La curva di questi fenomeni è facile da rappresentare: inizi a leggerne o sentirne parlare dal nulla sempre più frequentemente fino a quando ti incuriosisci e finisci per seguire o praticare la cosa, per poi abbandonarla per evitare di risultare l’ultimo e non passare per uno all’antica.

Negli ultimi anni ho notato, per esempio, un crescente interesse per il rugby. Si tratta di una cosa positivissima, dal mio punto di vista, perché finalmente c’è uno sport che può in qualche modo mettere in discussione lo strapotere del calcio e, di conseguenza, orientare anche la scelta di quale disciplina praticare tra i maschietti in uno scenario in cui, ad oggi, il calcio occupa prepotentemente e senza speranza il monopolio. Il rugby è poi un gioco molto affascinante perché pulito, serio, amichevole, per duri e puri ma che poi invoglia a fine match a volersi bene tra avversarsi e bere birra al pub. Non ci sono tamarri in campo e non c’è spazio per i nazifascisti sugli spalti. Pochi tatuaggi e poche soubrette al seguito ma persone normali. Si cresce sani e, a meno di non soccombere in campo durante una mischia, può risultare una palestra di vita. Nei bar e nei locali trasmettono le partite e intere compagnie di giovani e meno giovani ora scimmiottano inglesi e francesi trovandosi per seguire gli incontri in tv con una scusa originale per bere insieme. Bene, tutto molto bello e chissà, il prossimo passo saranno le freccette e questo, per me, sarebbe il massimo. Tutti un po’ meno italiani e un po’ più inglesi.

Quello che non capisco, però, è perché (cosa che altrettanto si potrebbe dire del basket) in Italia abbia così appealing. Noi italiani infatti siamo scarsi come la merda a giocare a rugby. Non è proprio nelle nostre corde e i risultati internazionali, ultimo il 66-3 inferto dagli impossibili All Blacks, parlano chiaro. A me la cosa mi fa rosicare perché, al contrario, la pallavolo femminile italiana è ai vertici internazionali. Il campionato femminile (ma anche quello maschile) attrae i più grandi campioni e campionesse da tutto il mondo. Credo che il volley giovanile sia lo sport – dopo il calcio – con il più alto numero di tesserati. Eppure a malapena la gente sa, per esempio, che la nostre ragazze sono la seconda squadra più forte al mondo e che anche i maschi non se la cavano malaccio. Il problema forse è nel fatto che nella pallavolo non c’è scontro fisico, e questo per degli animali come noi lo fa risultare meno avvincente? A parte gli aforismi di Velasco triti e ritriti che si rincorrono nelle slide dei formatori aziendali e sui social (e che hanno anche rotto un po’ il cazzo), della pallavolo, nella nostra cultura e tra gli organi di informazione, c’è sempre ben poco. Ed è incredibile che ogni palla ovale in meta scateni il finimondo mentre la risonanza delle schiacciate di Paola Egonu che fanno crollare i palazzetti (forse è la più forte attaccante di tutto il mondo, in questo momento) sia così poco amplificata. Non voglio scatenare una guerra tra sport poveri, però lasciatemi dire che è un vero peccato.

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