alti e bassi di fedeltà sonora

la droga nascosta nei titoli: dai Beatles ad Achille Lauro

Oramai i cani all’aeroporto vi sgamano qualsiasi trovata. La valigia con il doppio fondo, le paste nella crema per le mani, gli ovetti con le bustine ficcati nel didietro nemmeno foste un kinder sorpresa qualunque, i panetti alloggiati nei case dei dispositivi elettronici, la chimica nel retro dei francobolli. Oggi lo sanno tutti che il modo più efficace per trasportare la droga con sé è quello di nasconderla nei titoli delle canzoni. Dai più criptici a prova di solutori di enigmistica come “Lucy in Sky with Diamonds” o “Bollicine” ai più espliciti “Kaya”, “Cocaine”, “Brown Sugar” ed “Heroin”, se avete sostanze illegali la cosa migliore è occultarle in liriche stupefacenti. Parlate nelle vostre canzoni di persone su cavalli a dondolo che mangiano torte di marshmallow, di vespe e di pere, di sentirvi liberi, di correre ancora a fine giornata, di belle ragazze afroamericane, di essere i figli di Gesù, e avrete a disposizione voluminosi anfratti culturali protetti da intercapedini a prova di raggi x per nascondere qualunque tipo di porcheria e perfette per superare ogni tipo di controllo delle forze dell’ordine. Pensate a quanto mdma si può sottrarre alla vista dell’opinione pubblica dietro a una canzonetta vasco-rockeggiante intitolata “Rolls Royce”, e pensate all’effetto allucinogeno che potrebbe avere un acido che si chiama “supercalifragilistichespiralidoso”.

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