Spazio Pour Parler

io T.V.B. cara Italia

Al termine della serata inaugurale la prima cosa che è ho fatto è andare su Twitter per scrivere che Sanremo, quest’anno, è abbastanza una merda. Ho ricevuto diversi plausi, qualcuno che ha puntualizzato che non fosse solo un problema di quest’anno e, in genere, tutte le risposte standard a un’affermazione acchiappa-like. Poi invece, per puro caso, ho seguito tutte le puntate e per la prima volta posso – finalmente – dire la mia sul Festival sfoggiando una preparazione adeguata e non sputando sentenze superficiali per luoghi comuni, come, appunto, un tweet come “Sanremo, quest’anno, è abbastanza una merda”.

A Sanremo, quest’anno, è stato innanzitutto il contenitore a segnare una rottura con le passate edizioni, da qui l’equivoco che mi ha spinto a commentare negativamente l’avvio della manifestazione. Lo spettacolo televisivo è stato ampiamente sotto le righe, sobrio ai limiti del dimesso. Baglioni si conferma agli antipodi del mattatore, Bisio completamente inadatto a quel tipo di diretta tv, inutilmente buonista e troppo poco irriverente nei confronti dell’autorità del direttore artistico, un dualismo che tutti ci aspettavamo prendesse il largo per aggiungere un po’ di pepe tra una canzone e l’altra. In questo vuoto di personalità da Festival, Virginia Raffaele non ha avuto sufficiente spazio per prendere le redini delle serate, pur dimostrando una bravura senza confronti. Ma con un Baglioni che deambulava sul palco con l’espressione di un ospite di una casa di riposo in visita guidata, le occasioni di gag sono andate sprecate, e la Raffaele si è dimostrata troppo raffinata per appagare la nostra sete di cattiverie.

Sui siparietti musicali c’è poco da dire: noiosi, fuori luogo e retaggio di una tv che noi tutti credevamo morta e sepolta. Un po’ meglio le coreografie delle canzoni del cantautore romano che, almeno, ci hanno distratto dal suo timbro sempre più lagna. Quanto agli ospiti, non ricordo di aver mai visto un Festival così autarchico, probabilmente una prova tecnica di sovranismo nazionalsocialista gialloverde. La prima.

In questo non-scenario, l’attenzione ai contenuti, ovvero le canzoni, è quadruplicata, almeno da parte mia. E, a parte qualche caso in cui è stato oggettivamente impossibile salvare qualcosa – penso a “Il Volo” e a Cristicchi che, sempre oggettivamente, sono meno di una merda – ho trovato degli aspetti positivi in diverse proposte. Mi riferisco alle canzoni di Motta, Daniele Silvestri e Zen Circus, per esempio, brani che non scendono a nessun compromesso con il contesto ma forti della personalità di chi li ha composti ed eseguiti. I pezzi di Mahmood, Achille Lauro, Ghemon, Boomdabash, Ex Otago e Nino D’Angelo con Livio Cori, cose a cui il palco dell’Ariston è poco avvezzo e ciascuna, a suo modo, comunque interessante. Quelli di Loredana Bertè e Paola Turci, nella categoria classici da Sanremo, ma tutto un altro paio di maniche rispetto alla media dei michele zarrilli che si vedono solo una volta all’anno e solo qui, e che potrebbero farne anche a meno, di partecipare.

E il punto è che per la prima volta il Festival è stato realmente una proiezione di quello che c’è nel nostro paese. Non proprio il paese reale, ma almeno la testimonianza più presentabile e comprensibile, a un pubblico come quello del Festival, delle principali tendenze musicali che si sono affermate negli ultimi anni in Italia.

Laddove è passata inosservata la new wave italiana negli anni 80 (Garbo e, a essere di maglie larghe, i Matia Bazar), il rock negli anni 90, il campione di underground raccolto ai margini del mercato grazie alla benevolenza del direttore artistico di turno – Blu Vertigo, Subsonica, Afterhours -, tutti fenomeni comunque irrilevanti per la SIAE e per la già agonizzante industria musicale nazionale, nel 2019 Baglioni ha finalmente compiuto il miracolo.

Quest’anno c’erano l’indie e la trap, generi che si spartiscono un marketshare mai visto, tra i giovani, in Italia. Pensate a Calcutta e a Sferaebbasta. Provate a scartabellare su Spotify nelle playlist dei vostri figli e dei loro amichetti under 18. Attraversate i crocchi di ragazzini che escono da scuola con le loro casse bluetooth nascoste nelle tasche degli zainetti Northface. E ancora il rap commerciale, il pop melenso da Youtube con la strofa rappata e il ritornello melodico con voce femminile, le cariatidi che piacciono tanto agli anziani, un pizzico di specifico sanremese, l’inconfondibile canzone napoletana (per l’occasione in quota Liberato), il pavarottismo e persino la trasgressione, per far inviperire le platinette del caso il giorno dopo a Domenica In.

Tutte le realtà italiane, per la prima volta, le abbiamo trovate rappresentate sul palco di Sanremo. Non si è vista nemmeno l’ombra di qualche scopiazzatura dall’estero. Da UK, dagli USA, dal Sudamerica. Niente. Tutto fottutamente italiano. Probabilmente una prova tecnica di sovranismo nazionalsocialista gialloverde. La seconda.

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