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alien

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Sembra un UFO. Sembra la cassa effettata in quattro quarti di un infinito brano techno trance. Sembrano le pale di un elicottero che sta per prenderti per portarti chissà dove, di sicuro in un tempo e un luogo senza ritorno perché nulla sarà più come prima. Sembra un segno di vita di un’entità sconosciuta che si è impadronita del corpo di un’altra persona, un po’ come quel film di fantascienza con Sigourney Weaver che gira con le mutande striminzite in un’astronave. Sembra un messaggio di speranza proveniente da un pianeta ignoto, un suono di contatto catturato grazie a un ricevitore in grado di corredare il tutto con immagini, quelle stesse in cui solo chi maneggia lo strumento sa dirti dov’è la testa, le gambe, le braccia, il sesso. Sembra tutto fuorché il cuore di un essere umano amplificato da una macchina per l’ecografia. Io l’ho sentito, una volta, e ancora adesso vi assicuro che sono in grado di riprodurlo con la bocca alla perfezione, perché è stato il primo saluto da un’altra dimensione di quella cosa che poi si è trasformata in mia figlia.

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