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a scuola di maleducazione

Un po’ mi spiace che “Il collegio” sia trasmesso dalla RAI e non dalle reti Mediaset perché la consuetudine vuole che tutta la merda televisiva provenga dal ventre del Biscione. Invece “Il collegio”, in quanto a portatore malato di offese per l’intelligenza media del genere umano, non è secondo a programmi trash come “Amici”, “Uomini e donne” e “L’isola dei famosi”. L’aspetto peggiorativo, qui, è che il reality è tutto in differita, che ci sono attori nel ruolo di insegnanti che si mescolano alla povera gente che interpreta il ruolo degli alunni, che la povera gente che partecipa è co-partecipe della finzione e che, di conseguenza, chi si appassiona alle vicende è doppiamente imputabile di mancanza di riguardo per le proprie facoltà intellettive e, allo stesso tempo, di inadempienza alla normativa naturale che impone gli standard minimi di dignità di permanenza sullo stesso pianeta con le persone normo-dotate.

Con una differenza: i ragazzini e i loro mandanti adulti che si calano nel simulacro della realtà didattico-repressiva precedente alla rivoluzione del sessantotto sanno a cosa vanno incontro ma, come se non bastasse, si sorprendono pure delle conseguenze che può causare il comportamento rispetto alle dinamiche del programma. Ma la responsabilità in questo gioco al ribasso è spartita equamente con il pubblico. Consapevoli della montatura, gli spettatori talmente bisognosi di emozioni forti seguono le vicende imposte dalle direttive della sceneggiatura con una passione nemmeno si trattasse di un “Grande Fratello” spontaneo e veritiero.

Senza contare che l’aspetto che colpisce di più è l’assenza totale di deferenza con cui i giovani partecipanti alla farsa instaurano relazioni con gli adulti del finto reality. Gli insegnanti-attori urlano e alla povera gente-studenti scappa da ridere perché nella scuola dell’inclusione nessuno è più abituato alle sfuriate e alla disciplina. Un fattore di una gravità enorme, se si pensa invece al terrore con cui gli aspiranti vincitori di programmi come “Masterchef” o “X-Factor” o “Amici” accusano i verdetti delle starlette chiamate a ricoprire il ruolo di giudici. Un fattore che probabilmente deriva dalla portata dei premi in palio che separa la finalità delle trasmissioni, a dimostrazione che il successo nello spettacolo appartiene a un livello ben differente dall’importanza che riconosciamo alla buona – se non discreta – educazione.

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