alti e bassi di fedeltà sonora

Electronic – Disappointed

[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Ci piace pensare che a un certo momento gli artisti più impegnati degli anni ottanta abbiano raggiunto un punto di non ritorno e si siano liberati, abbandonandosi a una corrente di riflusso per decomprimere un po’ le tensioni del decennio musicalmente più contraddittorio del secondo dopoguerra. Immaginiamo quindi uno come Bernard Sumner cercare una valvola di sfogo dopo essersi fatto carico di una band con un suicidio alle spalle e un suono tutto da reinventarsi tra l’elettrico e l’elettronico, allo stesso modo in cui vediamo uno come Johnny Marr che, stufo di condividere il palco e il lavoro stesso con un frontman presuntuoso e ingestibile, cerca una situazione con meno pretese, compagni di strada più alla mano e senza limitazioni di genere.

E chissà se per gli Electronic è andata proprio così. Due personalità giovani e all’apice della maturità artistica che danno vita a un progetto per ricominciare daccapo ma con ben altre priorità, il divertimento innanzitutto. E forse la scelta di farsi coinvolgere da un poppettaro come Neil Tennant dei Pet Shop Boys è un po’ come quelli che, scaricati da un partner ingombrante, cercano di fare tutto il contrario di quello a cui si sono dedicati nella vita precedente per marcare il più possibile la distanza, demolendo i valori impartiti dall’ex fresco di divorzio.

Perché, diciamocelo, se non sapeste come sono andate le cose, direste davvero che dietro “Disapponted” ci sono il chitarrista degli Smiths e la mente dei New Order oppure mettereste la mano sul fuoco sul fatto che si tratta di un nuovo singolo pensato per scalare le classifiche del duo di “Paninaro”? Ma siccome viviamo a ventisette anni di distanza e oramai la nostalgia si è impadronita delle nostre vite tanto da convincerci a scrivere articoli su canzoni come queste, un brano dance e synth-pop come “Disapponted” mai come oggi ci sembra un prolungamento di due dei nostri gruppi preferiti, così vicino da poterlo toccare, così attuale e regolare nel ritmo da poterlo ballare, così di moda da poter farlo ascoltare a chi vive il presente unicamente come retaggio del passato e a chi ha il mito di quello che, per noi, era consuetudine.

Quindi sì, è il 2019 e “Disapponted” resta il pezzone che è, con quella ritmica di piano da discoteca e con quel modo subdolo di rendere difficili i pezzi ingenui che solo le menti geniali come Sumner e Marr riescono a mettere in pratica. La cassa dritta genera infatti l’illusione che tutto proceda con la massima regolarità per conciliare l’oblio del dancefloor e delle strobo in pista, ma armonia, melodia e arrangiamenti risultano complessi, in alcuni passaggi addirittura sghimbesci, con quei due accordi che chiudono le strofe per lanciare il ritornello che sembrano messi apposta per destabilizzare i puristi della musica commerciale, fino ai cori onnipresenti che anticipano certe atmosfere trance ancora in erba, per il 92. La chitarra di Marr, in questo tripudio di elettronica, è appositamente camuffata in secondo piano per poi fare capolino con grande disinvoltura e lucidità nei punti in cui c’è spazio per un protagonista unico, con quella ritmica funky da cui poi emerge il cantato al quale è doveroso dedicare qualche precisazione.

Neil Tennant, pur nel suo essere artefice di musica di merda (perché va bene tutto ma i Pet Shop Boys, per cortesia, proprio no) ha infatti indubbiamente un timbro originalissimo e straordinario. La sua voce è identificabile ovunque proprio come lo è quella di Sumner stesso, un registro del quale, per certi aspetti, ne costituisce la versione aumentata grazie a parametri più accondiscendenti di gradevolezza, affabilità e radiogenicità.

E come i migliori brani dei New Order, anche “Disapponted” non è presente in nessun album se non in una raccolta di singoli uscita quindici anni dopo, una specie di “Substance” con le cose più interessanti che gli Electronic hanno prodotto. Ma ci pensate? Gli Electronic. Una band con il destino nel nome. Un complesso sicuramente minore e allo stesso tempo annoverabile nella categoria dei supergruppi, amato dai fan delusi dai tira e molla di Sumner e soci e da quelli degli Smiths, ancora in lacrime per la scomparsa dalle scene così prematura dei loro beniamini.

“Disapponted” resta una canzone fatta della stessa materia delle hit industriali dei grandi gruppi dance dell’epoca – il 92 è l’anno di “Rhythm Is a Dancer” degli Snap – ma con le caratteristiche di un prodotto creato in una bottega di artigianato. D’altronde, parafrasando un verso della canzone, ci siamo innamorati tutti di qualcuno che non fosse un “qualcuno” stanco di sognare. E su un brano come “Disapponted”, così apparentemente facile da risultare inconciliabile con le semplificazioni che mettiamo in campo per districarci nelle scelte da cui dipende la nostra sopravvivenza e così evocativo da farci perdere il sonno, ci siamo cascati davvero in tanti.

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