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la strada in discesa

Ho un pessimo rapporto con i viaggi da sempre e non chiedetemi il perché. Ne ho fatti molti ma in posti molto simili tra di loro e i ricordi si mescolano. Così confondo le cose che ho visto e mi capita di fare brutte figure quando le vacanze diventano argomento di conversazione. Ho amici che sanno i nomi dei quartieri di Londra e di Parigi e se mi chiedono dov’era la casa che abbiamo affittato su Airbnb come minimo finisce che storpio il nome, così con la scusa dell’età faccio finta di non aver memoria. I paesini della Costa Azzurra è un esempio di questo tipo di imperdonabile confusione. Quando qualcuno dice che sono tutti uguali mi affretto a dagli ragione perché le piazzette di Antibes o le viuzze di Cannes o i ristorantini di Nizza nella mia testa fanno parte di un unico viaggio anche se ci sono stato decine di volte e in momenti diversi. Di recente ho avuto altrettanta difficoltà – complice la mia ignoranza in geografia – ad associare Granada, Cordoba e Siviglia con L’Alhambra, la Mezquita e l’Alcazar, malgrado abbia visitato l’Andalusia ben due volte. Stessa cosa per una lunga provinciale che ho percorso fermandomi a visitare alcune chiese in quello stile romanico a righe bianche e nere che potrebbe essere nel nord della Sardegna oppure in Toscana. Chissà.

Il mio problema è che me ne sto bene a casa e quando viaggio non vedo l’ora di tornare, per questo viaggio distrattamente. Mi sforzo perché credo sia giusto così, passare la vita nello stesso posto è da ignoranti, ma poi quando il viaggio finisce non soffro mai di nostalgia. Sto bene a casa e ora più di prima perché abbiamo fatto qualche lavoro e ora casa mia è ancora più confortevole. Se passate a trovarmi vi dimostrerò che è vero. Qualche settimana fa ho partecipato a una specie di gioco tenuto da uno psicoterapeuta in classe in cui i miei alunni dovevano scegliere a quale animale sentivano di somigliare. Poi hanno chiesto a me e a me è venuto di getto di dire la tartaruga, ma mica per la lentezza. Ammiro la tartaruga perché si porta tutte le sue cose dietro in quella specie di camper primitivo ed elementare di cui è dotata. Se potessi viaggiare con tutte le mie cose probabilmente l’esperienza che porterei indietro sarebbe diversa, anche se ho l’impressione che indietro non ci tornerei proprio, avendo tutto con me, a prova che non è un problema di legame con il territorio ma con il posto in cui abito.

Da qui mi piace passare in rassegna i ricordi, non avendo fotografie dei viaggi precedenti all’avvento delle fotocamere digitali. In questo esercizio di memoria ho ritrovato poco fa una bellissima immagine di una strada in discesa di un paesino sul mare. Una strada assolata e tutt’altro che bella a causa delle case a ridosso, costruite in modo disordinato, alcune poco rifinite, altre addirittura nemmeno terminate, incompiute da chissà quanto e grazie a quale normativa edilizia. Una strada in discesa di un borgo del sud, di quelli in cui puoi affittare una camera e la famiglia che ti ospita, in estate, si accampa nel resto della casa per poter guadagnare qualcosa con il turismo. Un posto lontano dall’Ikea sia nello spazio e nel tempo perché le camere riservate ai turisti sono arredate con i mobili della nonna. Letti che cigolano, materassi sfondati, cassetti che si chiudono a fatica, ante di armadi divorati dai tarli con maniglie in finto oro che, tirandole, restano in mano. E nella scena di cui quella strada in discesa è teatro ci sono io con qualcuno mentre usciamo per mano da una di quelle camere. Io mi fermo e strizzo gli occhi per il sole che si riflette sui muri bianchi e poi lentamente ci avviamo verso il mare, nel caldo, laggiù in fondo.

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