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cronache del ventiquattro

Mi racconta mia mamma che suo papà non correva al rifugio quando le sirene avvisavano l’imminente bombardamento alleato che, in una città di porto, purtroppo si manifestava con una frequenza snervante. Se l’allarme suonava mentre si trovava fuori, con mia mamma piccola al seguito, rincasavano normalmente come al rientro da una passeggiata e poi giocava a tapparle le orecchie con le mani mentre, a poche centinaia di metri, l’area adiacente al porto cadeva in macerie. Il rifugio più vicino era stato ricavato nella galleria ferroviaria sotto l’antica fortezza. Le sorelle maggiori di mia mamma tenevano un paio di seggiolini accanto la porta di casa, da prendere al volo prima di scappare al sicuro. Nel rifugio c’era un forte odore di umidità che si mescolava a quello della paura e della sofferenza. Poi i tedeschi si sono ritirati e, nel cammino verso la Germania, si muovevano in colonna ordinata tenendo le mitragliette puntate verso l’alto per colpire i cecchini. Il nonno aveva l’abitudine di leggere il giornale a ridosso del balcone sulla strada e, per questa leggerezza, qualche giorno prima della liberazione una raffica gli è passata a pochi centimetri dal viso. I fori delle pallottole sono rimasti sul soffitto della sala fino alla successiva ristrutturazione che, però, dicono non abbia coperto certi ricordi,

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