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gatti da pelare

Leggevo un paio di giorni fa su Il Post l’articolo dedicato al grido di aiuto che invia l’erba quando viene tagliata e che si trasmette in un forte odore e mi chiedevo se fra mille anni sarà proprio così e cioè che noi uomini ci saremo evoluti a tal punto da farci carico, sentirci in colpa e provare compassione anche per il dolore o i momenti di difficoltà dei vegetali. Pensate, per esempio, a come gli adulti hanno messo al centro della propria realizzazione personale i loro figli, come se si vivesse principalmente per consentire alle persone che prenderanno il nostro spazio nel mondo di vivere meglio. Il che è un paradosso, considerando i numerosi esempi di egoismo a cui ci troviamo di fronte e di cui ci capita di essere protagonisti. Dico questo non per condannare moralmente in toto la questione, sia chiaro. Se mi chiedete se preferisco il mio bene o quello di mia figlia non ho nessun problema a farmi da parte e forse si tratta di un approccio contro natura perché invece il mondo è fatto per chi lo abita nel presente, non so se mi spiego. Le altre specie animali e, suppongo, gli esseri vegetali non credo siano così lungimiranti.

Da come si sono messe le cose potrebbe quindi sembrare che il nostro destino sia proprio questo, cioè portare la nostra sensibilità a un livello tale per cui, generazione dopo generazione, ci sentiamo sempre più portatori passivi (se non abbiamo la forza di combattere) o attivi (se invece prevale il coraggio per farlo) sul groppone di questo grande dolore universale, come estensione di quello individuale.

Questo è curioso perché ci permette di interpretare come forma di auto-conservazione il sistema che abbiamo sviluppato per renderci progressivamente più idioti, e mi riferisco a Facebook e ai social media in generale. Si tratta in un allenamento al contrario per peggiorare la nostra sensibilità e non arrivare a questo livello di compassione globale in grado di estinguerci più rapidamente di un asteroide.

Pensate, per esempio, che già adesso che siamo nel 2000 e rotti quanto ci facciamo carico del dolore e della sofferenza degli animali, e non solo quelli domestici. Qualche settimana fa il mio gatto Oliver è stato sottoposto a un intervento chirurgico piuttosto serio. Aveva manifestato qualche disturbo e il primo veterinario che lo ha visitato gli aveva diagnosticato un tumore. Anzi, lo aveva definito una massa molto grande intorno all’intestino per la quale non sembrava esserci nulla da fare. Ci aveva sconsigliato qualsiasi tipo di intervento soprattutto per le conseguenze, suggerendoci di godercelo finché non si sarebbero manifestate le conseguenze della malattia.

C’è stato qualche giorno di disperazione, in casa mia, fino a quando un’amica ci ha consigliato di rivolgerci a un secondo consulto. Il nuovo veterinario si è mostrato più possibilista e ha rimosso la massa. Non sappiamo ancora come evolverà la situazione, se il tumore ricrescerà o se la minaccia sia stata debellata del tutto. Al momento Oliver è tornato vivace come prima e, malgrado il collare elisabettiano che lo fa sembrare un’abat-jour e che terrà fino alla rimozione dei punti, ha ripreso le sue abitudini feline. C’è naturalmente anche la componente economica, di tutto questo, se si vuole giungere a una conclusione. Quanti possono permettersi di far operare un gatto per prolungargli le aspettative di vita. Senza contare che, di certo, la madre e il padre di Oliver non si saranno mai preoccupati come lo siamo noi per la sua salute. Così ripenso alle famiglie dei miei nonni, alle loro condizioni di contadini e, di conseguenza, alla loro sensibilità, al ruolo che avevano animali e vegetali nel loro ecosistema e al rapporto di quella società con l’ambiente e con il resto del mondo, e se penso che siamo giunti dove siamo ora solo a un secolo di differenza mi chiedo, senza darmi risposta alcuna, davvero dove stiamo andando.

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