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padre dei vizi

Stare al computer è un passatempo maledettamente intrigante. C’è una tastiera piena di lettere con le quali si possono scrivere tante cose. La postura è tutto sommato non poi così dannosa se si sta dritti con la schiena e se si lascia perdere il mouse il cui uso eccessivo, non dimentichiamolo, può anche causare problemi al tunnel carpale e ai tendini del polso. C’è tutta una letteratura sulla sicurezza dedicata agli uffici che regolamenta l’altezza dello schermo, la sua distanza dagli occhi, la luminosità, il tempo che deve intercorrere prima di una pausa e cose così. Questo per dire che possiamo attenerci a queste norme di buon senso per non rovinarci la salute a casa. Il primo pc, che poi era un Mac, l’ho comprato proprio perché ero innamorato dell’idea di darmi alle composizioni letterarie alla scrivania del mio studio quando ancora il collegamento a Internet, per non parlare della banda larga, erano spunti da best seller di fantascienza. Facile immaginare quando anni dopo lo schermo è diventato un passaggio per il mondo come non l’avevamo mai visto prima. Non solo da allora si scrive, ma c’è qualcuno che risponde e lo fa in tempo reale. Stare al computer è un passatempo che, a trent’anni dalla prima volta, con tutte queste novità continua a mantenere lo stesso fascino di cose come la Lettera 22 o le pagine immacolate delle Moleskine. Questo per dire che invece stare allo smartphone, che oggi è considerato il padre dei vizi delle nuove generazioni, è un passatempo che non mi piace per niente.

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