alti e bassi di fedeltà sonora

trappole

Non che quando andassi in gita io sul pullman si cantasse “Quel mazzolin di fiori”, anzi forse non si cantava nemmeno. È stato proprio durante uno di quei viaggi ai tempi del liceo che Alessandra mi aveva piantato in testa le cuffie del suo walkman facendomi precipitare in un oblio d’amore che non potete nemmeno immaginare. I miei ragazzi, una quinta primaria, oggi al ritorno dal castello di Gropparello hanno invece sciorinato una sfilza di inni trap sorprendente. Neppure io che mi ritengo da sempre un ascoltatore super avanzato di musica non penso di aver avuto, a quell’età, un repertorio così corposo di canzoni da ripetere a memoria. Da Sferaebbasta a Chadia Rodriguez passando per Capo Plaza un gruppetto dei più scaltri è andato avanti per una buona mezz’ora, sfidando me e i colleghi insegnanti nei passaggi più provocatori. Sono stato al gioco, sebbene conoscessi a menadito quelle rime, senza contare che credo di intendermene abbastanza di ribellione giovanile. La cosa che mi ha stupito di più, sentendo le loro canzoni preferite a cappella – passatemi il termine – è che davvero le melodie sono tutte straordinariamente uguali. Gli artisti trap, a cavallo tra il parlato e il cantato, sviluppano solo in parte l’embrione delle loro canzoni. Come se le lasciassero solo accennate, come se terminarle fosse troppo sbatti, tanto i soldi arrivano lo stesso. Yah.

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