alti e bassi di fedeltà sonora

the national – i am easy to find

[questo articolo è uscito su loudd.it]

A ogni disco dei The National ci chiediamo quale sia l’ingrediente segreto o la componente soprannaturale che rende fuori discussione, per la band di Matt Berninger, la possibilità di comporre un pezzo brutto, una strofa noiosa, un ritornello banale, un arrangiamento fuori luogo, un passaggio inappropriato, una sequenza di note incapace di toccare qualche corda del nostro substrato emotivo.

Forse nessuno, prima di loro, aveva mai provato fare una band mettendo insieme due coppie di gemelli. E, a voler impostare una fredda analisi, non è difficile isolare qualcuno di questi fattori di successo che ne derivano (sempre che per i The National si possa parlare di successo). Bryan Devendorf è un batterista unico che suona il suo strumento con un approccio totalmente al servizio del brano, in un modo completamente fuori da ogni schema pur conferendo alle canzoni del gruppo una matrice dalla compattezza inequivocabile. Per farvi capire, provate a sedervi dietro i tamburi di “You Had Your Soul with You”, la prima traccia di questo di nuovo disco, e immaginate se gli altri membri della band dovessero sviluppare le loro parti suonando sopra a tracce di batteria ordinarie. Cercate quindi di scorporare, dalle linee di batteria di Bryan, il basso del gemello Scott Devendorf: vi sfido a incastrarlo altrove. Avere una sezione ritmica omozigote non è da tutti.

Stesso discorso per i due Dessner, così indistinguibili e per di più con l’aggravante che, con un livello così estremo di polistrumentismo, risulti impossibile capire chi suona cosa e quando e perché. Quanto a Matt, c’è ben poco da aggiungere se non che si è tagliato i capelli ed è rientrato in pieno nel personaggio che conoscevamo agli inizi della storia. Siamo alle solite: parte la musica e, quando Matt inizia a cantare, è come la fiammella che diventa vampata e incenerisce ogni nostro tentativo di resistenza.

Dopo vent’anni di attività i The National sono ancora una cosa sola, ogni volta con l’aggiunta di qualche extra: sezioni di fiati, archi, collaborazioni, cori, inserti di elettronica. Provate a osservare in controluce prima l’album omonimo d’esordio – ormai risalente al 2001 – e dopo “I Am Easy to Find”. Con molta probabilità si delineerà la stessa figura, rispettivamente in versione 256 colori nel primo caso e, nel secondo, con una definizione 4K. Già da allora si percepiva la perfezione alla quale la band mirava e, con il nuovo disco fresco di stampa, l’obiettivo è stato finalmente raggiunto. Potete chiedere a chiunque: i The National, oggi, costituiscono una pietra miliare della storia della musica americana. Quando al termine del tour di “Trouble Will Find Me” si era diffusa la voce che si sarebbero presi un periodo di pausa, il mondo aveva avviato la procedura di autodistruzione.

Il problema è che, se avete visto il film di “I Am Easy to Find”, la vita si precipita verso la fine quanto un cortometraggio da trenta minuti circa e i The National sono già all’ottavo album (nono, se consideriamo “Cherry Tree” che, anche se solo con i suoi sette brani, non è da meno degli altri) e al momento non si percepisce un segno del tempo nella loro musica per fighetti di mezza età. Un granello di polvere. Una crepa. Non c’è un filo di stanchezza, una ruga, una di quelle macchie che da piccoli contemplavamo stupiti sulla pelle dei nostri nonni e che ora ritroviamo sorprendentemente sulle nostre mani, di colpo.

I The National sono una sorta di highlander in grado di vincere sull’eternità con lo stesso vigore, con sempre maggiore profondità, con trovate sommesse ma in grado di trasformare la loro arte in qualcosa sempre uguale a se stessa, in un modo sempre diverso. Quante volte, ascoltando i loro dischi, abbiamo provato la sensazione di trovarci immersi nella colonna sonora della nostra vita. Quante volte i loro album ci hanno fatto sentire filmati da uno di quei registi americani che inquadrano le persone da sole, minuscole sul grande schermo, con intorno i chilometri di spazi sconfinati. Tutte cose che da noi non funzionano: troppa antropizzazione, troppa storia antica, troppa cultura che parla per noi, spazi angusti e troppa poca natura, ridotta all’osso.

Ma, finalmente, il sogno si è avverato. “I Am Easy to Find” esce insieme a un cortometraggio frutto della collaborazione con il regista Mike Mills. Qualcuno ha quindi inventato una storia sulla quale i The National hanno inventato la loro per raccontare in musica le sensazioni provate da una donna, lungo la sua vita, con l’aiuto dei sottotitoli. La protagonista, interpretata da Alicia Vikander, è l’attrice che resta sempre uguale a interpretare se stessa: appena nata, adolescente, adulta e nonna. Il finale è inevitabile: un tripudio di ineluttabile poesia al cospetto della quale anche i più coriacei sono costretti a sciogliersi in lacrime.

E Alicia Vikander, che poi è la stessa ragazza sulla foto di copertina del disco, è anche la sintesi di tutte le voci femminili chiamate ad arricchire “I Am Easy to Find”. Le frequenze baritonali di Matt fanno vibrare la pancia e quelle abbondantemente sopra il do centrale di Gail Ann Dorsey (la bassista di Bowie), Lisa Hannigan, Sharon Van Etten, Mina Tindle e Kate Stables dei “This Is the Kit” elevano l’ascoltatore verso l’iperuranio. La voce di Matt è ancora quella che ti parla dentro, le ragazze protagoniste in questo disco raccontano invece tutto fuori. Ma non c’è una dicotomia maschile/femminile. Piuttosto sono due metà che si ritrovano e si riuniscono nella cellula archetipo, madre e padre che ti parlano fin da quando sei nella pancia con sotto il ritmo del battito del cuore, un trasporto dell’ispirazione della musica dei The National a una dimensione di beatitudine e definitiva, almeno fino al prossimo disco.

E quindi? Non c’è miglior consiglio che si possa dare se non ascoltare “I Am Easy to Find”, riconoscere le tracce del disco guardando il film, e poi riascoltare l’album e avanti così senza smettere mai. Le canzoni sono tutte spettacolari, forse leggermente diverse dal songwriting un po’ sbilenco e dai tempi dispari a cui ci avevano abituati con “Trouble Will Find Me” e “Sleep Well Beast” e per certi aspetti più in linea con le tinte morbide di “High Violet”, ma in una versione di una modernità senza confronti.

E comunque non date retta a quello che leggete in giro: nessuno verrà mai tacciato di ascolti ordinari o commerciali se sorpreso ad acquistare una copia (su vinile è una vera e propria opera d’arte) di questa meraviglia, malgrado i The National occupino da tempo un posto ai vertici della musica di tutti i tempi.

Anzi, i The National lo fanno apposta a non mettere hit nei loro dischi per rimanere, comunque, una indie-rock band vera, di quelle che quando vengono annunciate come headliner per una rassegna di concerti come l’edizione dello scorso anno di Milano Rocks, la pagina Facebook degli organizzatori si riempie di barbari che, nel loro italiano penalizzato da passatempi insulsi, chiedono ai loro simili chi diavolo sia questa band sconosciuta. D’altronde immaginate cosa potrebbe accadere se, ai The National, capitasse a un certo punto di sfornare una “Losing My Religion” qualunque, di quelle che si sentono al supermercato mentre facciamo la spesa. Non glielo perdoneremmo mai.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.