alti e bassi di fedeltà sonora

l’anticonformista

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In un momento in cui la musica dava il meglio di sé, David Bowie ha scelto di andare in controtendenza e di arrangiare i suoi brani con uno stile vistosamente inadeguato al periodo storico. Chi ama Bowie a prescindere alzerà la manina – prima di abbandonare questo blog – sostenendo che il valore artistico del Duca Bianco era proprio anche quello di sapersi mettere in discussione e riuscire a re-inventarsi e sfoderare una maschera pop in un momento in cui, se avesse spinto sui registri post-punk di “Scary Monsters (and Super Creeps)”, avrebbe reso felici per sempre una pletora di darkettoni come il sottoscritto. Invece, imprevedibile come solo lui sapeva essere, nell’83 si mette nelle mani di Nile Rodgers degli Chic e passa sull’altra sponda, quella ben più remunerativa e appagante dello show business (anche se stiamo comunque parlando di Bowie, quindi a un livello ineguagliabile).

Sapete come funziona Bowie, vero? La sua carriera è divisa in periodi artistici piuttosto eterogenei. Il momento di “Let’s dance”, che è quello più disco e che prelude al “Serious Moonlight Tour”, ha imposto il ricorso a musicisti che poi, alle prese con il periodo berlinese o quello glam-rock, hanno giustamente lasciato la loro impronta. Questo per dire che, seguendo il programma di Morgan in tv ieri sera, ho rivisto dopo tantissimo tempo gli estratti dal film realizzato durante il tour in questione. La sezione ritmica (Carmine Rojas al basso e Tony Thompson alla batteria, che avevano già suonato in “Let’s dance”) risulta totalmente fuori luogo in brani come “Heroes” e in “Life on Mars?”, per non parlare del resto, mentre “China Girl” e gli altri brani dell’album in studio da cui sono tratti sono pienamente in linea. Tenete conto che possiamo lanciarci in simili considerazioni perché arriviamo direttamente dall’esperienza di una vetta come “Blackstar”, album che definire sperimentale è riduttivo e nel quale si Bowie si è avvalso di gente dal gusto sopraffino e soprannaturale come Mark Guiliana.

Mi trovo quindi d’accordo con Morgan quando dice, come si legge qui

Se fosse stato nelle mie facoltà avrei sicuramente optato per trasmettere un concerto da una tournée degli anni novanta, magari Outside o Earthling tour, perché avremmo visto un David Bowie molto più moderno e valido per i nostri tempi, molto più inedito, e se mi permettete anche più interessante dato che personalmente, conoscendo tutta la sua storia musicale, ritengo che dal vivo l’apice si trovi proprio in quella decade dove c’è stata molta innovazione ma anche molta maturità. Bowie ha fatto dei capolavori negli anni 90 e 2000 e ancora siamo qui a parlare di Ziggy che, per carità, è una cosa storica e mitologica, ma c’è molto altro se proprio vogliamo ‘raccontare’ chi è stato veramente David Bowie.

Comunque, se avete visto il suo programma, ammetterete che Morgan ha eseguito una delle migliori cover di “Ashes to Ashes” in circolazione, pezzo difficilissimo e sghimbescio che difficilmente si riesce a rendere con lo spirito con cui è stato composto senza cadere in inutili manierismi strumentali. Se lo avete perso, potete recuperare su RaiPlay.

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