alti e bassi di fedeltà sonora

Interpol – A Fine Mess EP

[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Se “Marauder” – uno dei migliori album usciti lo scorso anno – ha decretato l’ottima salute artistica dal terzetto di Paul Banks, attestando gli Interpol a leader incontrastati del filone post-post punk di questo primo scorcio di secolo, possiamo considerare l’EP “A Fine Mess” una sorta di Midterm Elections volte a riconfermarne il valore e a tenere viva la brace che alimenta l’ardore dei fan, almeno fino al prossimo long playing.

I feticisti del vinile potranno, come prima cosa, apprezzarne il packaging: la grafica della cover sembra uno di quei dischi rock wave di fine anni settanta, con la busta interna comprensiva della parte centrale tonda in plastica trasparente, proprio come le facevano una volta. Il senso di prodotto “do it yourself” ci viene invece restituito dal lettering dei titoli stampati e dalla giustificazione del testo a cazzo sull’avvincente copertina, dettagli che vanno a completare grafica e immagini volutamente trasandate, fin troppo didascaliche considerando il titolo dell’EP. Dopo così tanto tempo di attività, sappiamo quanto la band newyorkese stia ben attenta a stile e look.

Possiamo quindi considerare la sostanza di “A Fine Mess” un ponte sonoro tra il precedente disco e quello che gli Interpol faranno in futuro. I brani sono disinvolti e immediati, al limite della laconicità. Cinque potenziali singoli – di appeal diverso ma della stessa matrice – pensati, suonati e registrati così come partoriti, probabilmente con l’obiettivo di trasmettere il senso di un ensemble affiatato e rodato, malgrado una produzione non certo esemplare in quanto a prolificità (sei album in ventidue anni costituiscono semmai un record in negativo).

Trattandosi però di soli cinque brani, riesce facile presentarli uno ad uno, in ordine di efficacia. “Thrones”, la traccia finale ma al primo posto in quanto a gradimento, è un pezzone degno del lato A di “Antics”, completamente retto dal muro dei riff di Daniel Kessler e dal suo inconfondibile timbro a sei corde. Altrettanto dark è “Real Life”, brano che va ad alimentare il repertorio delle canzoni con melodia catchy e tono di voce suadente, mentre “The Weekend” risulta essere la più interpoliana delle cinque. Restano “No Big Deal”, fin troppo ordinata e in netta contraddizione con le intenzioni casiniste della titletrack, la canzone che la precede, un brano caratterizzato da chitarra graffiante e voce distorta ampiamente oltre il limite del fastidio.

Solo il tempo ci dirà se sarebbe stato meglio attendere un’altra manciata di brani e pubblicare un nuovo 33 giri o se va bene così. A meno che l’uscita di “A Fine Mess” non sia un segnale di dismissione, una sorta di sgombero ispirazionale degli scampoli compositivi già abbozzati per il disco precedente, qui finalmente chiusi e archiviati in previsione di una svolta. Questo nuovo EP, del tutto in linea con “Marauder”, potrebbe concludere una stagione per una nuova identità o chissà, magari è solo un segnale del fatto che la band vive in condizioni di pieno vigore artistico, macina roba nuova senza farsi troppi scrupoli e, tutto sommato, ci piace anche così.

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