alti e bassi di fedeltà sonora

The Prodigy – Firestarter

[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Sapete come vanno le cose sui social, il luogo in cui per definizione non c’è niente di sacro. Qualche giorno dopo l’incendio di Notre Dame a Parigi, propagatosi il 15 aprile 2019, girava un meme in cui si vedeva Keith Flint – il frontman dei Prodigy morto suicida poco più di un mese prima – lasciarsi alle spalle con il suo ghigno diabolico la cattedrale parigina in fiamme.

Questo non mi toglie però dalla testa che “Firestarter” in senso lato vada tradotto con “attaccabrighe”, più che con un letterale “piromane”. Una sfida che è impossibile non raccogliere: guardando il video di quello che ad oggi resta uno dei brani più devastanti della storia del novecento, è impossibile non farsi prendere dalla brama di allungare qualche ceffone a quella specie di creatura da rave party che sbraita scimmiottando Johnny Rotten, di tirarlo per le orecchie e mandarlo a lavorare a calci nel sedere, con tutto il rispetto per i morti.

“Firestarter”, malgrado il suo messaggio antisociale e destrutturante, è uno di quei brani che si dovrebbero insegnare nelle scuole. Ma più che di natura morale, il problema è che è difficile spiegarlo.

Potremmo usare la metafora della festa: ci sono un gruppo di ragazzi in una villa in cui è stata organizzato un party. C’è qualcuno che mette i dischi. La solita roba tradizionalmente trasgressiva tutta ripiena di chitarre distorte, droga, sesso, capelli lunghi, voce roca e contenuti satanici. A un certo punto suonano alla porta ed entra questa massa informe teleguidata da un computer. Un agglomerato di materia che, muovendosi, travolge qualunque cosa non in grado di adattarsi alla sua form factor. Malgrado la mole, questa entità si muove con un agio disarmante nonostante i suoi 142 bpm o giù di lì. E a ogni battito c’è una parte della massa che pulsa verso l’esterno e che si illumina, rilasciando dei suoni che provengono dal nucleo.

La “cosa” si piazza nel mezzo della sala in cui tutti stanno ballando e, mano a mano che quello che contiene e rilascia si propaga – è un pezzo la cui natura risulta indefinibile -, annienta tutto il resto. Il rock. La techno. Il crossover e il nu-metal, l’humus di “Firestarter” intorno alla metà dell’ultimo decennio del secolo scorso. Dicono infatti che questo agglomerato di energia negativa abbia fuso dentro di sé tutti i generi in voga ai tempi – gli stessi della festa in questione – per rilasciare in cambio un magma in grado di umiliare anche il più resistente degli esponenti della trasgressione musicale.

Ogni strato sonoro è dilatato all’eccesso a vantaggio di una distorsione globale in cui è impossibile individuare un punto di inizio. Potete provare a decifrare e isolare la chitarra con il wah-wah di “Sos” dei Breeders, i breakbeat presi da uno di quegli archivi gratuiti a disposizione dei produttori di jungle, l’urletto degli Art of Noise di Trevor Horn, la cassa intonata dei Dust Brothers. Buona fortuna. Il pathos aumenta e questo pachiderma sfascia tutto senza lasciare prigionieri. Ingloba qualsiasi essere vivente fino a quando resta solo la sua materia. Fuori il nulla e dentro il delirio, assordante e funesto.

Il fatto è che “Firestarter” ha ventitré anni e da allora detiene il record della cattiveria nella musica. È impossibile cercare una canzone altrettanto deflagrante per fare la sintesi della personalità di Keith Flint. Ancora oggi è il più prevedibile dei cliché quando si vuole spaventare qualcuno mostrando i lati più oscuri della nostra vita malgrado non ci sia occasione, ogni giorno, di vedere affiorare questa creatura selvaggia e guastafeste – nonché attaccabrighe – in un servizio al tg, in un documentario sulla società contemporanea, nelle playlist di gente che nel novantasei nemmeno era nata.

Ecco, tutto questo rende l’idea di cosa sia “Firestarter”. Oppure potremmo proporlo nell’ora di musica, in uno di quei quizzoni in cui si chiede ai ragazzi di riconoscere gli strumenti utilizzati per la registrazione del brano in ascolto. Bene, la gara è ufficialmente aperta e – ci metto la mano sul fuoco – nessuno ne riconoscerà nemmeno mezzo, ma c’è il rischio che si scateni una rissa.

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