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l’uomo che non sapeva un cazzo

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La data esatta in cui termineranno le risorse del pianeta viene divulgata ogni giorno da gente di ogni tipo, persone non necessariamente riconducibili ai soliti facinorosi complottisti da due soldi. Non è ancora chiaro se il d-day sia sempre lo stesso. Probabilmente funziona un po’ come quando copi una considerevole quantità di dati da un dispositivo a un altro. Nei momenti in cui il processo richiede maggiori risorse e il sistema fa più fatica le ore previste a volte raggiungono quantità che fanno sorridere. Il conteggio varia, di conseguenza, a seconda di diversi fattori. C’entrano l’economia, la politica locale, quella globale, i rumor di palazzo, i dati sull’inquinamento, il delta tra nascite e decessi, il prezzo dell’oro e quello del petrolio, chi è dato vincente nella prossima stagione calcistica, l’ironia su Twitter, le sparate di Mario Giordano, i livello dei ghiacciai e l’ultima bolletta della luce pagata. Questo non toglie che siano molte le comunità che hanno iniziato a organizzarsi per trascorrere al meglio questo epilogo della durata ancora in fase di definizione. I seguaci di una celebre setta che trova in un famoso blog dedicato agli anni ottanta la sua guida socio-culturale ha pensato di resettare il conteggio degli anni a partire dal prossimo trentun dicembre e di mettere le lancette indietro di ben quattro decenni. Tra questi c’è anche l’amica Ivana, una donna – ai tempi adolescente – talmente ordinaria da tifare Torino e usare minuscoli cerotti tondi color carne per occultare le impurità della pelle del viso però con una grande passione per i The Lords of the New Church. E poi Mirko, che fa l’infermiere ma questo non gli impedisce di sorprendere anche l’alternativo più alternativo con i suoi gusti di ultra-nicchia. La mia personale missione sarà invece quella di salvare un canetto che vive nel giardino di una villetta qui di fronte. I proprietari si sono separati da poco e, complice l’estate, in casa non transita nessuno da settimane. Il piccolo canetto, che è uno dei canetti più brutti che abbia mai visto ma, nonostante ciò, tenerissimo, passa le giornate in solitudine. Un vicino gli assicura i pasti ma nessuno gli offre compagnia. Quando passo davanti cerco di consolarlo con qualche parola gentile, proferita con il timbro standard che si utilizza nei dialoghi tra uomini e canetti. Gli elargisco anche un po’ di affetto toccandolo con il dito sotto il mento, purtroppo la fitta rete di recinzione impedisce scambi di affetto più rassicuranti. Ho addirittura pensato di fare la posta ai padroni del canetto per chiedere loro le chiavi del cancello, un guinzaglio e una museruola. Potrei così dedicare qualche ora della mia giornata a tenere compagnia al canetto, portarlo a spasso, distrarlo un po’ dal caldo e dalla mancanza della numerosa famiglia (marito, moglie e tre bambini gemelli maschi) di cui era la mascotte. Oggi ho provato a chiamarlo, passando davanti al giardino in cui è segregato, ma non si è nemmeno voltato verso di me. È rimasto immobile ad ascoltare una cicala che, dalla notte scorsa, si è insediata su qualche albero nelle vicinanze e frinisce a un volume esagerato, il doppio degli altri. Chissà se anche il canetto si immagina una cicala di grandi dimensioni, appollaiata su qualche ramo, una nuova specie approdata dalle nostre parti a causa dei cambiamenti climatici, quelli che ci porteranno alla catastrofe esattamente non so quando ma basta cercare su Google.

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