alti e bassi di fedeltà sonora

qualcosa si è rotto

La fortuna di crescere tastierista è che non ti devi sentire obbligato a spaccare lo strumento a ogni fine concerto come fanno i chitarristi. A parte che i sintetizzatori non si tengono in mano come una Stratocaster qualunque, a meno che non ti chiami Sandy Marton e vivi negli anni ottanta, ma poi risulta proprio innaturale staccare una tastiera dall’impalcatura che l’ha sostenuta sino a quel momento, scollegarla dalla corrente, staccare i cavi, portarti al centro del palco e portare a termine la critica all’industria della musica di cui sei un meccanismo eseguendo il celebre gesto iconoclasta dello strumento in mille pezzi. Dopo tutti quei passaggi la rabbia che nutri verso il paradosso della tua arte di ribellione ridotta a merce di scambio per denaro sonante (è proprio il caso di dirlo) ti è già bella che sbollita e il pubblico riconoscerebbe la forzatura. Senza contare che, a parte Keith Emerson che nell’organo Hammond ci piantava i coltelli, il tastierista in genere è la persona più a modo di tutta la band, deve limitare il consumo di droghe prima di suonare perché ha mille pulsanti e manopole da utilizzare correttamente e, soprattutto, tiene alla sua attrezzatura come un vero e proprio ingegnere della musica. I synth poi costano un botto e, prima di sfasciarne uno, ci penserei due volte. Una volta mi è caduto lo Yamaha SY85 e si è spaccata a metà la scheda madre, non vi dico il danno in termini economici, oltreché emotivi. Sempre sullo stesso strumento, a causa del vento, è volato un pezzo di sigaro ardente di Fausto Bertinotti. Suonavamo dopo un suo comizio ai tempi dell’Ulivo e il buco che mi ha fatto su uno dei tasti di plastica ha messo a dura prova il mio credo politico di sinistra. Tenete con cura i vostri strumenti, anche se siete batteristi e li percuotete come dei forsennati. Che cosa vi hanno fatto di male, d’altronde, le chitarre?

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