alti e bassi di fedeltà sonora

ancora su sfera (e poi basta)

A dodici edizioni di distanza dalla prima non c’è più alcun dubbio. Non è certo la musica la protagonista di XFactor, come non lo è la cucina in Masterchef, la gente che si fa le corna in Temptation Island, i Vip che si giocano il tutto per tutto sull’Isola dei Famosi, la deprivazione culturale nel Grande Fratello, la miseria umana in Ciao Darwin, la figa in Miss Italia. In qualunque programma TV che preveda un vincitore di qualcosa nel meccanismo dello show, è il programma TV a essere il protagonista e a risultare il vincitore.

Il fatto che comprenda anche dei concorrenti che aspirano alla vittoria è un di cui e soggetto alle dinamiche con i giudici che ne decretano la fortuna o l’esclusione dalla gara. La personalità degli individui comuni presa da sola fa spettacolo ma si sa, è un prodotto usa e getta, sfruttato non solo dallo show business ma anche dalle altre persone comuni che seguono XFactor da casa. Le persone comuni che seguono XFactor da casa sostituiscono velocemente un modello di riferimento (cantanti, avvocati che preparano da mangiare, starlette, deficienti, ragazzine in costume da bagno) con quello della proposta televisiva (in forma di competizione) successiva.

Nel caso di XFactor, delle 160 e rotti aspiranti popstar che si sono avvicendate nel corso delle 12 edizioni degli scorsi anni, quelle che sono riuscite davvero nell’intento si contano sulle dita di una mano. Di tutti gli altri, se ce ne ricordiamo una decina è già tanto. Nonostante ciò, XFactor si conferma un programma seguitissimo e ambitissimo, un argomento di conversazione tra spettatori di qualsiasi estrazione sociale, culturale e politica, uno di quei fenomeni mediatici trasversali che fa figo sia dire di guardarlo perché piace, dire di guardarlo perché non piace in modo da poterlo criticare e persino dire di non guardarlo per farsi invidiare almeno da quelli che dicono di guardarlo perché a loro non piace ma, comunque, vogliono parlarne. Ecco perché è il programma in sé a essere il protagonista e il vincitore. Ed ecco perché la vera essenza di XFactor è la prima fase, quella dei provini. Un fase la cui prima puntata è andata in onda lo scorso giovedì o, per chi come me non si può permettere un abbonamento Sky, la sera dopo, in chiaro sul canale 8.

La formula delle audizioni è nota. Ci sono migliaia di aspiranti popstar che si immolano a quella specie di estrattore di succo concentrato di talento. Sul palco si alternano i bravissimi, quelli che hanno studiato musica, gli artisti, i normali, gli scarsoni impresentabili e gli scarsoni che nella selezione montata per la TV vengono mostrati comunque, perché in grado di contribuire al successo del programma e far felici gli sponsor.

La controparte delle dinamiche proprie di XFactor è costituita dalla giuria, composta da un assortimento completo di esaminatori. Quest’anno c’è lo stronzo, il buono, il tecnico e il saggio. Ruoli che hanno visto già avvicendarsi nel corso del tempo altri esponenti dello showbiz in cerca di una seconda chance, o di una terza, oppure solo per mostrare ai telespettatori la loro dark side normalmente sconosciuta dallo showbiz.

La sorpresa della prima puntata delle audizioni è che il ruolo del buono, che tutti avremmo pensato interpretato da Samuel dei Subsonica, invece è di dominio di Sfera Ebbasta. Sfera Ebbasta è l’incubo dei genitori che hanno figli sotto i dieci anni perché nella sua trap e nei suoi video descrive con parole pericolose delle cose pericolose che i bambini capiscono parzialmente. Sfera Ebbasta è anche l’incubo dei genitori che hanno figli in quota scuola media che, invece, di quelle cose pericolose cominciano a coglierne il senso. Ma i detrattori non finiscono qui. Insegnanti e presidi. Esperti di musica e rapper della prima ora che si sono visti invadere il mercato da un generazione incomprensibile. Opinionisti adulti che si prendono la briga di insegnare ai giovani a essere giovani e che hanno strumentalizzato un episodio di cronaca in cui Sfera Ebbasta c’entrava nemmeno di striscio per mettere al bando i temi dei suoi testi, come se si riconducesse la responsabilità del crollo del Ponte Morandi ai produttori di automobili.

Rappresentare uno schema della vita artistica di Sfera Ebbasta è piuttosto intuitivo in quanto composta dalle fasi standard dello stereotipo del trappista: adolescenza complicata in un quartiere di periferia, primi tentativi di emancipazione con la musica del ghetto espressa con le parole della volontà di affermazione, popolarità grazie al passaparola fino ai grandi numeri, milioni di milioni di visualizzazioni e ascolti su Youtube. Fatti i miliardi, per Sfera Ebbasta – come per chiunque abbia condotto un percorso analogo – si pone un problema di identità. Agi e visibilità dovuti al successo impongono riflessioni sulla nuova condizione. Il ragazzo di Crocetta – periferia della periferia di Milano – oggi vale oro ed è una rockstar a tutti gli effetti, come si racconta anche nel suo ultimo album.

Sedersi sulla scrivania dei bottoni di XFactor costituisce quindi un’opportunità. Sarebbe bello sapere quanto competa alla produzione del programma l’individuare i giudici più adeguati a ogni stagione o quanto siano cantanti e rapper a proporsi, persuasi da qualche consulente alla comunicazione e immagine che vede nel programma una scorciatoia verso la redenzione. Il punto è che già dalla prima tornata di audizioni il programma ha un vincitore. Sfera Ebbasta, con le aspiranti popstar, si è dimostrato disponibile, premuroso, simpatico, umile, competente, positivo, di buon senso. Non solo. Nella sua attività di esaminatore ha compreso l’autorevolezza degli adulti (il giudice Maionchi, nel ruolo del saggio), la competenza di chi suona da un quarto di secolo (il giudice Samuel, nel ruolo del tecnico), la collaborazione come antidoto alla pignoleria dei colleghi difficili (il giudice Ayane, lo stronzo). Poi ha preso le fila del suo team proponendo, tranquillizzando, argomentando, giungendo a sintesi, il tutto senza l’approccio competitivo di chi lo fa per emergere. Piuttosto, di chi sa muoversi con naturalezza e lo fa per far stare bene se stesso e se stesso in relazione con gli altri.

Sfera Ebbasta ci ha insegnato come ci si comporta sul posto di lavoro, e l’avreste mai detto – guardando il video di “Ciny”- che un giorno uno conciato così, esponente della sottocultura più dirompente della storia della musica che è venuta dopo il punk, responsabile dell’isolamento di un’intera generazione dal resto della società, uno con i canini d’oro ci avrebbe addirittura dato lezioni con i suoi valori su un aspetto così importante?

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