alti e bassi di fedeltà sonora

babydance

Non mi sono mai fatto problemi a proporre ascolti a mia figlia di ogni tipo, anche quand’era molto piccola. Anzi, soprattutto quando era nella fase in cui pendeva ancora dalle labbra dei genitori ne ho approfittato. Non tutto è stato utile e non sempre la musica che ho condiviso con lei è rimasta. Voglio dire, se metti un disco di Ornette Coleman a un bambino di sei anni è facile che la reazione più immediata sia quella di chiamare il telefono azzurro. Ma, a parte i casi estremi, molte cose sono filate lisce. Il bello è che poi, verso i dieci/undici anni, i bambini che ormai non sono più bambini tirano su le barricate contro i genitori e si chiudono, anzi, si aprono dall’altra parte, verso il gruppo dei pari. Ma, amici genitori, non dovete disperarvi. Intanto sono fasi naturali. Pensate se, anziché esseri umani, fossimo bestie che lasciano liberi i loro cuccioli nel giro di qualche settimana. Il punto è che se avete fatto un buon lavoro gli resta tutto dentro, al sangue del vostro sangue, e le vostre selezioni musicali che accompagnavano viaggi in macchina, pomeriggi di relax, giornate di pioggia, serate sul divano, quelle canzoni lasciano un sedimento da cui, prima o poi, germogliano dei veri e propri tesori. L’altra sera, durante le audizioni di XFactor, un gruppo ha proposto un remake di “Heartbeat” di Nneka. Il brano, presente nel secondo album della cantante nigeriana, è del 2008 e nel 2008, quando in casa mia lo si ascoltava e ballava a tutto volume, la mia piccola aveva quattro anni. È bastata la prima strofa, benché nella versione di una band sconosciuta, a riaccendere quella brace che giaceva da qualche parte, sotto le emozioni di mia figlia. Lei mi ha guardato, io ho capito, ed è stato sorprendente così, proprio come questa incredibile canzone.

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