Spazio Pour Parler

gps

La prima volta sono arrivato a casa di Serena grazie alla cartina della città. Gli strumenti di orientamento più in voga erano gli atlanti stradali, ideali per la loro maneggevolezza e al sicuro nella loro copertina rigida. Le piante dei centri urbani contenuti nell’appendice alle mappe però lasciavano spesso a desiderare. Troppo piccole e lacunose nei particolari per trasmettere affidabilità. I più fortunati giravano con il Tuttocittà nel vano portaoggetti del cruscotto o arrotolato nella tasca della portiera, ma era evidente che se non eri residente del posto non potevi aver diritto alle pagine gialle e a quel prezioso allegato, e si vedeva che te lo eri procurato seguendo vie poco ortodosse.

La pianta pieghevole era la più scomoda perché, non potendo essere consultata nel suo insieme, bisognava continuamente accostare con le quattro frecce per ottenere una combinazione di quadranti ripiegati l’uno sull’altro tale che lasciasse quello giusto in cima, pronto all’uso. E, anche con un passeggero al proprio fianco, bastava viaggiare con il finestrino giù per il caldo per strapparla lungo le piegature o rovinarla per l’effetto vela.

Non ricordo il motivo per cui avessimo quella pianta in casa. Mio papà era un sostenitore del sapere enciclopedico, decisivo per portare a termine certi giochi enigmistici di cui era consumatore compulsivo. Questo lo spingeva a dotarsi di costosissime raccolte complete suddivise in pesanti volumi di tutto. Frequentava l’edicola della piazza che gli metteva da parte le pubblicazioni a dispense settimanali di cui faceva incetta. Né lui tanto meno l’edicolante potevano prevedere che Internet, poco più di dieci anni dopo, avrebbe reso quell’investimento in informazione, già discutibile allora da un punto di vista della sostenibilità economica, infausto. Per non parlare dell’aspetto logistico. Stipare le pareti di scaffalature e librerie per contenere quella mini biblioteca di tuttologia lasciava poche possibilità a qualunque altra necessità di archiviazione e contenimento.

In questo tripudio di materiale delle discipline più disparate un posto di tutto rispetto era occupato dalla geografia e dalla cartografia. Una passione oltremodo legittima se non fosse che nessuno, in famiglia, ai tempi si fosse mai recato non solo all’estero ma anche spinto oltre le regioni limitrofe. Nessuno di noi aveva preso mai un aereo e, fino a pochi anni prima, non eravamo nemmeno proprietari di automobili. Eppure non mancavano le guide turistiche europee. A discolpa di mio papà si può sottolineare che in quell’epoca totalmente analogica e ancora impregnata del primato del nozionismo sulle competenze, le pubblicazioni cartacee non cadevano in obsolescenza così rapidamente come oggi e, sotto un certo punto di vista, potevano essere ancora fraintese per parte di un capitale da tramandare di generazione in generazione.

La collezione comprendeva anche le mappe di alcune città italiane. Probabilmente quella che mi aveva condotto a destinazione da Serena era stata acquistata in occasione del mio primo esame al conservatorio. Considerando la complessità di recarci in centro con la macchina, avevamo organizzato una specie di gita di famiglia in treno e la pianta della città serviva per ricorrere ai mezzi più appropriati per raggiungere la sede in cui avrei strappato la licenza in teoria e solfeggio a una commissione di cui faceva parte anche il mio insegnante di organo che, però, aveva fatto finta di non conoscermi. Nessuno di noi era pratico della città a sufficienza per orientarsi con disinvoltura.

Ai tempi di Serena invece frequentavo l’università da qualche mese e mi ero dato da fare subito per prendere controllo delle zone attigue alla facoltà in modo da orientarmi al meglio, scoprire i percorsi più veloci e conoscere il territorio. Per arrivare da Serena invece avrei dovuto attraversare i quartieri residenziali e un articolato groviglio di sensi unici molto stretti. Anticipare o perdere la svolta giusta poteva essere fatale. Grazie alla pianta di mio papà, però, mi sono trovato sotto casa di quella che poche ore dopo avrei baciato allo Psycho Club con un anticipo mostruoso. L’itinerario che avevo studiato a tavolino aveva funzionato alla perfezione e tutti i punti di riferimento che mi ero segnato sulla mappa, rigorosamente a matita, si erano rivelati corretti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.