alti e bassi di fedeltà sonora

agli albori del successo, alla fine del sonno

Stanotte ho fatto un sogno particolarissimo. I Litfiba avevano pubblicato un EP a cavallo tra “Eneide di Krypton” e “Desaparecido”, un vero e proprio concept intitolato “Auschwitz non esiste”. Non si trattava però di un vero e proprio disco. Intanto aveva le sembianze di un testo colto per bambini, non so se avete presente le copertine di certi libri di Rodari o Munari. Dentro, oltre al booklet con le liriche, la storia e tutto il resto, c’era il disco e una vhs. Questa tripartizione di formato andava rispettata con la medesima successione in fase di approccio. Prima bisognava leggersi tutto, quindi si ascoltava la musica sul vinile la cui continuazione sfumava direttamente in una specie di esecuzione live nel video, nel quale però Piero Pelù, più che cantare, recitava le parti presenti nel libretto incluso nel box set. Ricordo benissimo la melodia della titletrack, in cui il ritornello ripeteva il nome del lager nazista e ne negava paradossalmente l’esistenza. Si trattava, ovviamente, di una provocazione, una sorta di “Dio è morto” in cui la mancanza di valori della società contemporanea metteva in discussione i paradigmi della storia stessa, tanto che una tragedia come quella dell’olocausto preferiva auto-infliggersi una damnatio memoriae piuttosto che essere oggetto di vilipendio di una civiltà irriconoscente e imbarbarita. La prima cosa a cui ho pensato, al risveglio, è che i Litfiba di allora ne sarebbero stati capaci.

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