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storie alimentari

Da Jole si mangia calabrese ed è una tavola calda con cucina casalinga gremita – per la maggior parte – di gente che svolge lavori di fatica qui intorno e che si distingue per indossare tute con brand industriali piuttosto noti. Il pranzo completo costa dieci euro, è decisamente sostanzioso e anche di buona qualità. Ci vado da solo e indipendentemente da chi mi accoglie al bancone mi viene proposto – ogni volta – il tavolo di fronte alla televisione. Io – ogni volta – ringrazio come a dire che no, riservate pure la posizione più ambita per seguire i programmi di Italia Uno nella fascia oraria della pausa pranzo a qualcuno di più autorevole nella catena dei clienti importanti. Sono solo un maestro elementare, per di più nemmeno calabrese. Al che mi schermisco indicando un punto più appartato, ché il posto davanti al tg dei gossip se lo merita qualcuno che esige ristoro dopo aver asfaltato una strada, assistito una betoniera, manovrato una gru, aperto una voragine con un martello pneumatico. Mica uno come me a cui al massimo è toccato asciugare le lacrime sulle guance di mocciosi che vogliono la mamma a ogni difficoltà. Ci sono colleghi dell’altro plesso che vengono appositamente per ritrovare i sapori della loro terra, a partire da due docenti calabresi un po’ dimessi che difficilmente si distinguono tra impiantisti e manovali. Se sono presenti faccio finta di non averli notati – scusate, sono senza occhiali, gli dico -, mi siedo e scelgo la combinazione di portate meno piccante cercando di non dare nell’occhio tra le corpose esalazioni di peperoncino e altra materia ad alto rischio di ustioni che sublimano dalla sala. Di solito inganno l’attesa su Facebook, dal momento che un libro o anche un giornale darebbe troppo nell’occhio. Poco fa, ero in attesa del caffè quando il socialcoso di Zuckerberg mi ha suggerito, tra le persone che potrei conoscere, la proprietaria di un bar molto simile a Jole che si trova nel paese in cui vivo. Una giovane donna del sud a cui non ho mai fatto caso più di tanto ma che, nella foto sul suo profilo, rendeva ben altro effetto e faceva la sua scena. Ho pensato così a quale algoritmo avesse funzionato il quel momento, per tentare l’incrocio tra i dati: la comune provenienza e i conseguenti gradi di separazione, il fatto che stessi consumando un pasto solitario, il richiamo del peperoncino, l’ampio approfondimento sul grande fratello vip alla tele – anche se, da dove ero seduto, l’audio non si percepiva affatto – o i tatuaggi sui voluminosi tricipiti del cameriere, come a cercare un canale di trasmissione lungo il quale diffondere nuovi richiami per intercettare affinità elettive.

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