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Il 13 febbraio è la Giornata Mondiale della Radio, per gli anglofoni World Radio Day, un’iniziativa promossa dall’UNESCO per confermare l’importanza del mezzo di comunicazione più diffuso anche ai tempi del web. Oggi infatti parliamo di programmi radiofonici come modelli di entertainment e non soltanto per il modo in cui il segnale viene emesso. Il format in cui si alternano speaker a musica non necessariamente è inteso fruibile in radiofrequenza ma anche tramite Internet in diretta streaming o in differita come podcast (ma lo stesso vale per la tele, il cinema, i libri, i dischi, il sesso ecc. ma questo è un altro problema).

Per quelli della mia generazione la radio ha svolto ruoli fondamentali e occupato spazi decisivi nel percorso di formazione e crescita. Senza tirare in ballo la politica e le radio libere tra i settanta e gli ottanta, vi basti pensare alle dediche in diretta ai programmi delle emittenti locali, in cui ci si poteva lasciar andare a vere e proprie dichiarazioni d’amore o di semplice interesse, e alla possibilità di registrare le proprie canzoni preferite – anche previa richiesta – in un’era analogicissima in cui o ti compravi i dischi, o conoscevi chi ne era provvisto e imploravi per avere una copia su nastro, quando il tempo di riversamento tra vinile e cassetta era reale e duplicare gli album agli amici poteva diventare una bella e time-consuming rottura di maroni.

Poi ci sono stati programmi di culto grazie ai quali siamo riusciti a coltivare e mantenere vivi i nostri gusti di nicchia, a partire da Stereodrome o Stereonotte, questo fino a quanto il video ha ucciso definitivamente le star della radio, come cantava Trevor Horn, e tutti siamo passati alla tv. Prima i programmi di videoclip, poi le emittenti monotematiche musicali fino alla nascita della compressione mp3 che ha fatto piazza pulita. Il fatto è che la componente umana alla radio faceva la differenza. I bravi speaker e i dj fidelizzavano gli ascoltatori e, detto tra noi, non so se abbia fatto più danni alla radio l’avvento della dematerializzazione o i vari zoo di 105, cioè tutti quei programmi-monnezza in cui non c’è nessuna attenzione al contenuto e, in più, mettono solo musica di merda.

Non solo. Noi utenti evoluti di musica facciamo fatica a utilizzare la radio come sottofondo sonoro. Non so se avete mai provato, ma se vi cimentate nello zapping radiofonico come faccio io quando viaggio in auto non troverete una canzone decente nemmeno a pagarla, e vi assicuro che, nel mio caso, ascolto davvero di tutto. Preferisco così di gran lunga collegare il mio smartphone con i suoi 64 giga di mp3, curare personalmente la playlist più adatta o, nei casi limite, attivare la riproduzione random. Quanto alle voci della radio, non credo di perdere molto. I network commerciali divulgano solamente facezie senza contare che, ai tempi dei social, il connubio tra le stupidaggini pubblicate da noi gente comune e il pour parler che copre quei pochi secondi tra un pezzo di Sanremo e la nuova hit reggaeton possiamo anche risparmiarcelo. A parte qualche raro caso di resistenza al basso standard qualitativo, e non mi riferisco certo alle radio di finto rock che sparano ossessivamente il loro fastidioso jingle tra un pezzo e l’altro, la radio ai tempi del web è sempre più un’occasione persa per fare le cose diversamente dal resto. Peccato. Viva la radio e, soprattutto, stay tuned!

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