alti e bassi di fedeltà sonora

underground

Da quando Elio e le Storie Tese l’hanno messa al bando in quanto bella tutto quanto ma alla lunga rompe i coglioni, non si sente più tanta musica balcanica in giro. Le ultime avvisaglie risalgono forse a una decina di anni fa, ma mi sembra che i fasti delle colonne sonore con le bande di ottoni e le fisarmoniche siano ormai un lontano ricordo, e non solo in termini di distanze tra noi e l’ex-Jugoslavia. Il fatto è che ho una teoria persino su questo. Anche dagli ultimi Eurofestival, che costituiscono tutt’ora l’estremo baluardo per i paesi emergenti musicali europei, mi risulta che l’intera area riconducibile all’ex Patto di Varsavia si sia ormai completamente occidentalizzata e che, di conseguenza, anche il pop slavo sia ormai definitivamente una costola del pop americano, quello pesantemente influenzato dall’R&B-trap contemporaneo. Almeno fino agli anni 90 l’ispirazione al di là della cortina di ferro al massimo aveva le sue radici nell’eurodance. Questa ulteriore virata di globalizzazione ha probabilmente tagliato quei pochi fili che legavano la musica commerciale balcanica con la tradizione, quella di Bregovic, per intenderci. Ci pensavo stamattina perché alla radio hanno passato “Hop Hop Hop” e il suo bizzarro (per i nostri canoni armonici) riff di fiati. Io me li ricordo benissimo i tempi d’oro dei film di Kusturica, perché la guerra non ci era mai stata così vicina e Sarajevo trasmetteva un fascino che non saprei descrivere. Da poco più distante dalle terre di “Kalašnikov” veniva poi questa stramba risposta a “Oh Carolina” di Shaggy. Che tempi (e che intervalli).

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