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amu-china – #day3

L’Amuchina è uno di quei prodotti che a casa dei miei non mancava mai, come il dentifricio Emoform, le pastiglie di Imodium e il Timodore, il cui impiego – tonnellate di polvere versata direttamente tra scarpa e calza – costituiva una sorta di costoso hacking rispetto all’applicazione standard descritta dall’illustrazione della confezione e, di conseguenza, meno efficace nell’abbattere gli effluvi podalici. Così, quando sono andato a stare da solo, ho trapiantato questi capisaldi della gestione domestica direttamente nella nuova vita, dandone per scontato l’essenzialità. Una casa non poteva essere una casa senza Amuchina, Emoform, Imodium e Timodore.

È la convivenza, poi, a sbatterti in faccia la realtà. Famiglia che vai, brand che trovi. Nessuna delle persone con cui ho vissuto si sono dimostrate avvezze ad alcuno dei prodotti di cui i miei genitori mi avevano fatto credere l’essenzialità. La gamma delle reazioni che ho riscontrato, nel corso del tempo, vanno dalla semplice scesa al compromesso dovuto a uno scambio equo di tradizioni famigliari a un rifiuto netto per motivi meramente economici. La marca dei prodotti cosiddetti secondari, come quelli di cui sopra, si sceglie a seconda dell’offerta disponibile al supermercato. Così facendo, non ci si affeziona al brand – approccio fondamentale per evitare la fidelizzazione nella società dei consumi – e si finge di abboccare al marketing commerciale acquistando i prodotti che la Grande Distribuzione Organizzata prevede che il cliente scelga ma chi se ne importa se, in fondo, chi compra può risparmiare. Senza contare che gli articoli delle marche con cui sono cresciuto sono tra quelli meno economici nella loro categoria.

Poi, per fortuna, di Imodium non ne ho quasi mai bisogno, il Timodore è stato efficacemente soppiantato da certe solette miracolose e di dentifrici, al giorno d’oggi, c’è l’imbarazzo della scelta. Con l’Amuchina ci siamo invece ritrovati quando è nata mia figlia e, in quell’occasione, ho capito perché nella dispensa di mia mamma non mancava mai. Con l’Amuchina si igienizza tutto e quando una nuova vita entra in una casa è meglio stare ben attenti alla pulizia. Ve lo dice uno che, quando è uscito dal reparto di ostetricia con il fagottino nuovo di pacca in braccio, ha trovato l’auto parcheggiata sotto con una vistosa scritta “lavami” ricavata sul fango che ricopriva il portellone posteriore, vergognandosi come un ladro. Dentro le condizioni non erano molto diverse e in quel frangente ho promesso a mia figlia – anche se non poteva capire – che avrei avuto maggior riguardo per la pulizia delle cose che l’avrebbero circondata, a partire dalla macchina. Promessa, ovviamente, che non ho mai mantenuto.

In questi giorni di epidemia, in cui l’Amuchina va a ruba e non mancano le ricette per i disinfettanti fai-da-te, ho un po’ rimpianto quella fissa dei miei genitori di averne sempre una scorta in casa, anche solo per poterla rivendere alla borsa nera. E così ho pensato anche al gioco di parole del titolo: se si chiamasse Amu China (pronuncia Amu Ciaina) chissà come l’avrebbero presa i consumatori più affezionati come mia mamma, in un momento in cui ci siamo scoperti essere così diffidenti da tutto ciò che viene da oriente.

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