Spazio Pour Parler

un anno spaziale – day #59

Le colleghe delle quinte hanno preparato una sorpresa bellissima, a settembre. Hanno ricoperto l’interno delle porte della classe di carta azzurro cielo, sulla quale hanno incollato i disegni di un razzo in volo e di una ventina di astronauti, ciascuno con il nome di un bambino. La scritta dice “Sarà un anno… spaziale” e non ha tutti i torti.

La quinta primaria prende i bambini e li spara in orbita verso una dimensione nuova, da grandi, in cui non c’è più nessuna forza di gravità a tenerli schiacciati e al sicuro in famiglia, nella scuola, nella società. I ragazzini si trovano così lanciati nella secondaria inferiore protetti solo da uno scafandro utile a portare a termine quella mutazione che li vedrà fatti e finiti alle soglie delle superiori. Tre anni di missione lontani dalla terra, come quel paradosso in cui però è il gemello che resta in casa con i genitori a rimanere bambino, mentre quello nello spazio quando torna giù non lo riconosce più nessuno, tanto è diventato adulto.

Le colleghe della quinta ora non pensano più al concept che avevano pensato per l’ultimo anno scolastico da passare con i loro alunni, accuditi sin da quando li avevano accolti appena sfornati dalla scuola materna. Non è stato un anno spaziale proprio per nulla. Semmai un anno di merda, ma, si sa, certe parole a scuola mica le puoi scrivere, soprattutto se sei l’insegnante.

Il fatto è che qualcosa, quest’anno, ha privato le colleghe della quinta del momento più emozionante di tutto il ciclo. Io l’ho provato l’anno scorso. Ad aprile si intravede già la fine della scuola e i bambini, che non sono più bambini, capiscono che una fase della vita non tornerà più. Da una parte non ne possono più e tirano i remi in barca. Dall’altra comprendono che tra poco il contratto di vita in sicurezza con i maestri e compagni scadrà.

Poi ad aprile ci sono tutte le feste e passa in un attimo. Di maggio non ne parliamo: si trascorre l’intervallo lungo in giardino a giocare, le lezioni diventano sempre meno lezioni. Con le finestre spalancate, tutti in maglietta, tutti a puzzare di adolescenza, si guardano film insieme, si ascolta musica, le barriere didattiche si abbattono, gli insegnanti diventano sempre più degli zii aumentati che riempiono la testa di consigli. Poi la gita, che anche se di un giorno è un assaggio di quello che li aspetta nella scuola dei grandi.

Per non parlare di giugno: l’ultima settimana insieme, l’ultimo giorno insieme, l’ultima ora insieme, l’ultimo minuto, il conto alla rovescia, l’ultima campanella, le scale scese per l’ultima volta, e poi tutti fuori e la scuola primaria è finita. Adieu.

Questo post è dedicato proprio a loro, alle colleghe della quinta di quest’anno che hanno lasciato i loro alunni in un giorno di febbraio, senza sapere bene che cosa sarebbe successo. Quando rivedranno i loro ragazzi gli insegnanti che terminano un ciclo? Non si sono nemmeno salutati, non c’è stato il selfie dell’ultimo giorno. Nessuno ha cantato “è finita la scuola” sulla melodia dei White Stripes. Non avete idea di quanto possa essere triste tutto questo.

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