Spazio Pour Parler

facciamo con la nostra non presenza qualcosa di utile come la nostra presenza ci avrebbe permesso di fare

La rivista GQ ha pubblicato qui un’intervista piuttosto interessante allo scrittore Richard Powers che, oltre ad aver vinto il Pulitzer 2019 della narrativa con “Il sussurro del mondo” che, se non l’avete mai letto, dovreste farlo subito, anzi, subito dopo aver letto questo post, è anche uno dei miei autori preferiti. Ho pensato di pubblicare qui la mia traduzione in italiano, spero che GQ non si arrabbi (ma se vi arrabbiate la cancello subito.)

Richard Powers: ecco come il virus ci ricorda che gli esseri umani non hanno il controllo di un bel niente.

Il romanziere vincitore del Premio Pulitzer racconta a Brett Martin di GQ la sua vita solitaria ai piedi delle Great Smoky Mountains, dove scrive (a proposito di un virus) e riflette sul momento che stiamo vivendo, inteso sia come una resa dei conti che come un’opportunità.

Lo scrittore Richard Powers si occupa di temi di stringente attualità come natura, tecnologia, isolamento, comunità e distanziamento sociale da tempi non sospetti. Ne “Il sussurro del mondo”, il suo romanzo vincitore del Premio Pulitzer 2019, un uomo cade vittima di un ictus e piomba in una realtà ridotta al pezzo di cortile che vede attraverso la finestra della sua camera da letto. Lentamente, lui e sua moglie si adattano a una conoscenza distorta, completamente incentrata sulla loro piccola porzione di mondo naturale. Imparano, come dice Powers, a vivere “con i tempi di un albero”. Ora che gran parte dell’umanità si ritrova rallentata e guarda fuori dalla finestra, quell’immagine, come gran parte del lavoro di Powers compreso in 12 libri, ci sembra più attuale e forte che mai. Richard Powers, 62 anni, vive da solo nelle Great Smoky Mountains in Tennessee, a pochi passi da alcune delle ultime foreste incontaminate negli Stati Uniti orientali. L’origine de “Il sussurro del mondo”, ha detto, è stata la sua “conversione religiosa” in presenza di una sequoia gigante, e c’è davvero qualcosa di mistico quando definisce il momento che stiamo attraversando come una resa dei conti, oltre che un’opportunità.

Che impatto ha avuto l’attuale crisi sul suo lavoro?

I romanzieri sono esperti di distanziamento sociale. Il nostro lavoro dipende da una buona dose di auto-isolamento. Ciò che è interessante ora è pensare alle persone che, al contrario, i vincoli li hanno subiti. Ho scritto “Il sussurro del mondo” come una specie di riflessione sulla tensione tra il modo di vivere guidato da ciò di cui abbiamo bisogno, ciò che siamo nella maggior parte del tempo – la vita dettata dalla smania di avere – e il modo di essere in sé, una comunità ben più grande che si estende oltre la vita mediata dalle merci. Ed è sorprendente vedere la rapidità con cui siamo stati costretti a passare dalla prima modalità alla seconda. È una immensa azione collettiva che stiamo intraprendendo. Pensiamo a tutte quelle persone che ora devono restare a casa, che devono trascorrere il tempo in un modo più tranquillo, che devono cucinare per se stessi e che si trovano in una realtà fatta di processi piccoli e ridotti, dopo aver trascorso la vita imbevuti da una cultura che dice: “Puoi diventare chi vuoi. Puoi andare ovunque. Tutto è a tua disposizione!”. Il fatto che tutto ciò sia stato spazzato via e che ci siamo trovati catapultati in questo altro modo di essere è, di per sé, un’opera d’arte.

Questo è di gran lunga il modo più generoso e ottimista in cui ho sentito descrivere la situazione attuale. La sfida tra questi due modelli si vede chiaramente nel dibattito sulla riapertura e ai livelli più alti del nostro governo.

Ovviamente. Voglio dire, si trovano in questa situazione a dare calci e a urlare. In ogni istante si vede l’ansia di Trump per cercare di invertire questo isolamento e tornare al modello di produrre e consumare. Nessuna minaccia al sistema è mai arrivata a questo punto.

Sembra che tu abbia tenuto d’occhio proprio questo tipo di situazione.

Ho trascorso sei anni a scrivere un libro per approfondire come una mentalità basata sulle merci sminuisca il significato e il prezzo che paghiamo per isolarci dal resto del pianeta vivente. Ma tratta anche della peronospora dei castagni, della grafiosi dell’olmo olandese, del minatore smeraldino del frassino, dei coleotteri della corteccia dei pini, tutte devastazioni che abbiamo inflitto ad altre specie, a volte con tassi di mortalità del 100%. Fortunatamente il nostro tasso di mortalità [in questa pandemia] è stato molto più basso. Abbiamo evitato per poco una catastrofe ma in pochi se ne sono resi conto.

Hai detto che, con “Il sussurro del mondo”, volevi creare un’opera in cui gli alberi stessi fossero i protagonisti. Riesci a vedere questo virus come un personaggio della storia in cui ci troviamo adesso?

C’è qualcuno che mette in dubbio il fatto che i virus siano addirittura esseri viventi. Ma in quanto agenti all’interno dei sistemi viventi, in quanto elementi attivi nelle relazioni ecologiche lo sono, eccome. Il virus, i vettori del virus e gli habitat da cui quei vettori sono stati guidati, fanno tutti parte di una grande storia che in genere non si fa strada nella letteratura. Siamo stati ipnotizzati dall’idea secondo cui abbiamo vinto la battaglia contro la natura, che l’unica storia moderna rimasta – l’unica storia drammatica e interessante – sia la nostra battaglia con noi stessi, gli uni con gli altri e con i nostri demoni interiori. Questo è ciò che la letteratura è diventata. Il coronavirus ha ribaltato rapidamente questa idea secondo cui viviamo in un mondo completamente a misura d’uomo, dominato dall’uomo, controllato dall’uomo e che tutte le storie debbano riguardare fondamentalmente noi stessi. Non abbiamo nemmeno iniziato a considerare i modi in cui questo concetto può andare in pezzi negli anni a venire. Ne abbiamo avuto un buon assaggio ma il problema è che quando questo virus sarà finito ce ne sarà un altro. Affinché la letteratura capisca chi siamo, come siamo arrivati ​​qui e dove stiamo andando, come sopravvivere intrappolati qui sarà la parte più piccola del problema. La parte più grande sarà come incorporare la realtà di questa situazione nella storia che stiamo raccontando di noi stessi e del nostro ruolo qui.

A fronte di ciò, è moralmente lecito scrivere un libro che non riguardi questa emergenza? Un dramma domestico? Una commedia? Un libro sul baseball?

Non pretendo che ogni opera che verrà fuori da questo momento debba fare riferimento esplicitamente all’emergenza che stiamo vivendo, ma penso che questa situazione metterà alla prova in qualche modo tutto il processo creativo. La domanda sarà: questa espressione artistica fa parte del nostro isolamento? O in qualche modo si collega a un più ampio progetto di riabilitazione? A chi chiede: “Che tipo di storie possiamo raccontarci per farci ricondurre a un senso di comunità?” rispondo che uno spettacolo comico lo fa certamente, perché la commedia e la satira sono i grandi modi che abbiamo a disposizione per dirci che abbiamo dato un significato a una cosa che non ne aveva, abbiamo preso una cantonata, abbiamo pensato a noi stessi in un modo ridicolo e insostenibile.

Qual è la tua routine quando scrivi?

Per la maggior parte della mia vita il rituale è stato di cominciare alle sette o alle otto del mattino e lavorare per cinque o sei ore, fino a quando non avessi avuto mille parole di cui andare orgoglioso. Poi dedicavo il pomeriggio a leggere, a modificare quanto scritto o uscire. È cambiato un po’ da quando mi sono trasferito nelle Smokies. Ora la mia routine dipende da cosa sta facendo il mondo: che tempo fa, la stagione, quanto sono alti i fiumi, cosa sta fiorendo. Quando vivi così, il tuo lavoro diventa più convincente ed efficiente. Se comincio a camminare nei boschi, di solito vengo sopraffatto dalle idee. Devo sedermi sul sentiero, con un quaderno. Non ho più provato la sensazione di far fatica a svolgere il mio lavoro. Prima dicevo che senza aver ottenuto le mie mille parole mi veniva ansia. Ora dico che mi viene se non riesco a farmi una lunga camminata.

E tutto questo è un cambiamento delle ultime settimane?

I miei giorni adesso sono simili, l’eccezione è quando non riesco a fare un’escursione di 15 miglia. Il virus ha colpito all’inizio della primavera negli Appalachi, quando spuntano i fiori effimeri di stagione: centinaia di specie che germogliano e germogliano e fioriscono in un paio di settimane. Esauriscono il loro intero ciclo di riproduzione prima che gli alberi inizino a mettere le foglie, ed è assolutamente sorprendente. Percorrere quei sentieri è stata la mia salvezza nelle prime settimane, un promemoria della vitalità della vita, così diversa dal panico e dalla disperazione che si stava diffondendo nel mondo degli esseri umani. Quindi il National Park Service ha deciso per la chiusura del parco: tutti sarebbero venuti qui per mettersi in salvo e avremmo avuto Times Square a Cades Cove. La mia reazione iniziale è stata di disperazione, persino di rabbia. Avevo perso ciò che mi faceva stare in salute. Ma poi ho iniziato a pensare che ci sarebbe stato mezzo milione di acri liberi dalla presenza umana per la prima volta in secoli. E ho pensato che fosse fantastico. Questo è bello. Facciamo con la nostra non presenza qualcosa di utile come la nostra presenza ci avrebbe permesso di fare.

Sei ancora in grado di raggiungere quegli stati di apertura creativa che hai appena descritto?

Posso uscire di casa. Posso guardare fuori dalla finestra. Più di ogni altra cosa, posso visualizzare e ricordare. Mi viene in mente una citazione di John Muir: “Sono uscito solo per una passeggiata e alla fine ho deciso di stare fuori fino al tramonto, perché uscire, ho scoperto, era come entrare da qualche parte.” Ora dobbiamo tutti scoprire la reciproca qualità di quell’aforisma: dobbiamo scoprire come rientrare può essere un modo per uscire.

Per tornare a cose concrete, riesci a scrivere le tue mille parole?

Ci vado molto vicino. Anche la lettura forzata è stata un grande vantaggio. Penso che molti di noi abbiano pensato: non sarebbe meraviglioso essere costretti a casa per un po’, a leggere quella pila di libri? Sto ristabilendo anche i contatti con vecchi amici. È una cosa che sento da molte persone. Siamo tutti abbastanza scossi da dire all’improvviso: “Voglio riallacciare i rapporti che si sono interrotti”. Siamo tutti un po’ sconcertati, che è una bella parola perché significa che siamo stati resi di nuovo selvaggi.

Come si riesce a lavorare con la paura e l’ansia?

Questa è una questione di vita o di morte per gran parte del paese e non può essere trascurata. Non ne usciremo con lo stesso grado di disinvoltura o di indifferenza volontaria sulla grande percentuale del nostro Paese le cui vite sono così vulnerabili. Ma c’è anche uno strano senso di vitalità a cui ho assistito: ho visto persone attingere a bacini creativi.

Credi che sopravviverà una volta finito questo momento?

L’umanità non esce mai dalle calamità nel modo in cui vi entra. Penso che questa sia la fine del capitalismo? No. Penso che le industrie petrolifere pagheranno un prezzo eccezionale e che tutto ciò lascerà spazio alla conversione in energia rinnovabile? Si. Ci sono molti modi in cui questa improvvisa cessazione dei cicli di consumo produrrà risposte diverse al modo in cui noi, come si dice, riavvieremo il Paese. E se pensi alla pandemia come una specie di versione accelerata di questa enorme crisi del cambiamento climatico, le tesi che sostenevano che “non possiamo fermarci, è troppo costoso” saranno spazzate via. Penso che questo momento darà forza a coloro che hanno sostenuto che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è la volontà di vivere in modo diverso per realizzare un vero cambiamento sociale, economico e politico.

Il mio libro continua a tornare a questo passaggio dai diari di Thoreau: “Vivi in ​​ogni stagione come essa trascorre; respira l’aria, bevi quello che c’è da bere, assapora la frutta e arrenditi alle influenze di ognuna di esse”. Per quanto tempo durerà, ci siamo rassegnati alla realtà dei sistemi viventi e alla vendetta del nostro pianeta. E forse stiamo anche raccogliendo i benefici di quel modo più riflessivo di essere a cui l’auto-isolamento induce.

Possiamo parlare davvero di vendetta della natura o, semplicemente, le siamo indifferenti?

Dobbiamo chiamarla vendetta. Il punto è che la nostra salute dipende dalla salute del mondo in cui viviamo. Separare la gestione della salute umana e la gestione della salute dell’ambiente è il picco della follia.

Nelle pagine finali de “Il sussurro degli alberi” si fa cenno più volte a una crisi imminente attraverso la quale la terra verrà rifatta da capo. Ti senti un po’ soddisfatto che la tua profezia si sia avverata così presto?

Nessuno vorrebbe mai aver ragione su una catastrofe. Sì, se guardi quelle pagine, c’è il concetto per cui i nostri sistemi alimentari, le nostre città, le nostre reti di trasporto, il nostro intero stile di vita costituiscono un insieme di sistemi fragili che non potrebbe sopravvivere alla rottura dei sistemi viventi da cui dipende. Questo non fa di me una Cassandra: guarda, alla fine della SARS-1, nel 2003, sono stati fatti molti sforzi e ricerche su ciò che era accaduto, e le conclusioni erano molto precise sul fatto che il vettore fossero pipistrelli il cui habitat era stato distrutto, motivo per cui i loro comportamenti erano cambiati. Sappiamo da molto tempo di non essere in grado di continuare la festa e di pagare il conto, alla fine. Non è una profezia. È qualcosa che è già accaduto.

A cosa stai lavorando?

Credo di essere a metà della bozza di un libro che indaga su cosa occorra per riportare gli esseri umani nella comunità degli ecosistemi. Dopo aver scritto un libro che esplora il nostro isolamento, voglio condividere ciò che comporta cambiare questa idea riguardo a cosa sia una vita piena di significato. E questo libro, come l’avevo pensato, raggiunge il suo climax con una catastrofe naturale causata da un agente virale. E quindi la conseguenza più grande del mio lavoro in questo momento è di dover tornare indietro e ripensare tutta la mia storia, ora che so cosa significhi realmente vivere dal vero qualcosa del genere.

Quanto avevi ragione su come sarebbero andate le cose?

Ciò che ho sbagliato a immaginare è stata la rapidità e la completezza della risposta umana. Ho pensato che la società nel suo insieme sarebbe stata molto più restia e molto più incapace di ammettere la realtà. È notevole. Considerando tutta la faziosità, l’offuscamento, le accuse di fake news e la negazione della scienza su cui si è basata così tanta parte della narrazione americana degli ultimi anni, sono contento che ci siamo svegliati quando si è trattato di una questione di vita o di morte. Sono sollevato di poter fare un passo indietro e dire: “Va bene, quando le cose si fanno serie siamo disposti a fidarci della scienza”.

E così vedo il mio libro cambiare profondamente. C’è un aneddoto su Proust alla fine della sua vita. Sai, Proust ha dettato tutto il suo lavoro alla sua domestica. E sul suo letto di morte ha convocato la sua cameriera e ha detto: “Puoi andare a prendere il manoscritto di “Alla ricerca del tempo perduto”? Voglio riscrivere la scena della morte di Bergotte, ora che so di cosa sto parlando.” Mi sento come se tutti noi che abbiamo scritto delle calamità a cui stiamo soccombendo adesso dovessimo evocare il manoscritto e dire: “Mi piacerebbe rifarlo, adesso che conosco un po’ di più ciò di cui sto scrivendo”.

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